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Differenze tra il ruolo dello psicoterapeuta e il ruolo dell’amico

In che modo è diverso parlare con uno psicoterapeuta piuttosto che parlare con un amico?

Differenze tra il ruolo dello psicoterapeuta e il ruolo dell’amico
Le persone che attraversano un periodo di disagio psicologico sono spesso il bersaglio di consigli non richiesti.
 
“Prova a fare più esercizio fisico”, “Dovresti essere più attivo/a”, “Vai a fare una bella vacanza!” e primo fra tutti: “Parlane con qualcuno: un amico, uno psicologo …”.
 
In genere i consigli incentrati sul “fare” vengono semplicemente ignorati. Il consiglio di andare a parlare con “qualcuno” è leggermente più seguito, anche se sia la persona che consiglia sia la persona che è consigliata in genere non hanno molto chiaro il motivo per cui parlare con una persona possa essere d’aiuto.
 
L’amico e lo specialista psicologo/psicoterapeuta (per la differenza tra le figure professionali dello psicologo e dello psicoterapeuta si veda il mio articolo sull’argomento) vengono generalmente accomunati, come se parlare con l’uno o con l’altro producesse risultati simili“Certo sarebbe meglio avere un amico a disposizione, ma se questo per una qualsiasi ragione non fosse disponibile, potrebbe andar bene anche uno psicoterapeuta”.
 
Come se lo psicoterapeuta fosse un amico a pagamento …
 
In questo articolo non voglio assolutamente sminuire il significato e l’importanza dell’amicizia, che reputo essere una delle dimensioni più belle e nutrienti dell’esperienza umana. Intendo invece chiarire qual è il ruolo specifico dello psicoterapeuta e come si differenzia da quello della persona amica.
 
 
Lo psicoterapeuta non è un amico
Anche se lo psicoterapeuta si comporta amichevolmente con il paziente, il loro rapporto, se pur di natura molto particolare, non è un rapporto di amicizia.
 
  • La relazione tra psicoterapeuta e paziente differisce da quella con un amico innanzitutto perché è una relazione nuova. Nel momento in cui il paziente varca per la prima volta la soglia dello studio dello psicoterapeuta, questi non è coinvolto emotivamente con la persona e la sua capacità di giudizio rimane inalterata non potendo essere influenzata da eventi precedenti.

    E’ per questo motivo che il Codice deontologico degli psicologi, ossia la guida per il comportamento a cui devono attenersi obbligatoriamente gli psicologi, afferma che è una grave violazione per lo psicoterapeuta lavorare con “persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale”.
     
  • Il rapporto tra terapeuta e paziente è di natura professionale (il terapeuta riceve un onorario per il suo lavoro) e ciò contribuisce a creare quel distacco necessario allo psicoterapeuta per mantenere la propria capacità di ragionare in modo indipendente. Un amico, invece, può essere così coinvolto emotivamente da perdere la propria lucidità.
     
  • Lo psicoterapeuta è focalizzato sul paziente, il paziente è focalizzato su di sé. Entrambe le persone presenti nella stanza portano la propria attenzione su di una sola persona tra i presenti: il paziente! Questa è una caratteristica distintiva del rapporto psicoterapeuta-paziente. E’ bene che ciò avvenga affinché il percorso di terapia sia produttivo (a questo proposito si veda l’articolo sugli elementi di una buona psicoterapia).

    Se in un rapporto tra amici le due persone si focalizzano sempre e soltanto sui bisogni, i desideri e gli argomenti di una sola persona, bhè allora c’è qualcosa che non va …
     
  • Il paziente, se riesce a stabilire un senso di fiducia col terapeuta, può parlare liberamente con lui e esplorare i propri sentimenti autentici con un grado di libertà maggiore rispetto a quello che potrebbe raggiungere con un amico, perché lo specialista è lì solo per lui, non giudica ed è tenuto per legge al segreto professionale. Il paziente quando si reca ad una seduta di psicoterapia, sa che sta entrando in uno spazio protetto dove ciò che dirà “rimarrà lì” e questo naturalmente facilita l’apertura di sé.
 
 
La preparazione professionale dello psicoterapeuta
Lo psicoterapeuta è uno specialista che ha seguito un lungo percorso di formazione per acquisire le competenze necessarie per aiutare le persone che hanno un disagio interiore – leggero o grave che sia.
 
  • Un’altra evidente differenza tra amico e psicoterapeuta, sta nel fatto che lo psicoterapeuta ha studiato per anni il funzionamento della mente umana. Come un cardiologo conosce il sistema cardio-vascolare umano, come un meccanico conosce i motori, così uno psicoterapeuta padroneggia una teoria del funzionamento mentale che gli permette di individuare e di dare un nome alle “rotelle” che si sono inceppate.

    Ovviamente lo psicoterapeuta deve saper poi anche intervenire sul problema. Ossia deve padroneggiare una serie di tecniche di intervento per “aggiustare il motore” e farlo ripartire.

    Un amico può avere le sue ottime idee, ovviamente. La differenza sta nel fatto che la teoria e le tecniche di intervento che utilizza uno psicoterapeuta sono il frutto del lavoro di specialisti e di ricercatori che ne hanno verificato la correttezza e l’efficacia su migliaia di casi.
     
  • Dal mio punto di vista, la preparazione professionale dello psicoterapeuta comprende anche il lavoro su di sé a livello psicologico. Lo psicoterapeuta deve aver seguito una terapia personale e deve aver affrontato e risolto in buona misura le proprie difficoltà personali. Altrimenti le proprie questioni irrisolte influenzeranno la qualità del suo operato offuscando la sua capacità di giudizio.

    Questo presupposto, che potrebbe sembrare ovvio, non è poi così scontato dal momento che la legge italiana non lo prevede: si può diventare Psicoterapeuti anche senza aver fatto una sola ora di terapia personale.

    Uno psicoterapeuta che abbia fatto un lavoro su di sé diviene capace di accorgersi e di mettere da parte le proprie questioni personali, quando queste si attivano nel rapporto col paziente.

    Un amico che aiuta una persona che si trova in un momento di disagio – specie se grave – può facilmente perdere il proprio equilibrio emotivo, smettere di riflettere e intervenire impulsivamente sull’onda dell’emozione.
 
 
Un esempio
Come al solito tutto è più chiaro se si fa un esempio.
 
Immaginiamo tre persone:
  1. Sagredo, una persona che sta vivendo un periodo di disagio psicologico. Si sente depresso e ansioso. Non sa bene cosa fare della sua vita. Si caccia nei guai in continuazione. Gestisce male le proprie finanze, vende le sue cose a prezzi stracciati, perde in continuazione il lavoro, passa da una partner all’altra senza ben comprendere i motivi delle rotture. Sagredo non sa utilizzare la propria capacità di riflettere e di scegliere in modo ponderato, di conseguenza i suoi comportamenti sono avventati e (auto)distruttivi.
  2. Salviati, uno psicoterapeuta competente.
  3. Simplicio, l’amico pieno di buone intenzioni che conosce Sagredo fin dall’infanzia.
Attualmente Sagredo non ha un lavoro, sta vivendo un periodo di difficoltà economica, è molto giù ed è intenzionato a vendere in fretta e furia l’ultimo suo bene di proprietà ad un prezzo stracciato: l’automobile sportiva comprata in un periodo di vacche grasse.
 
Simplicio è preoccupato per il comportamento sconsiderato di Sagredo, va a trovarlo mosso dall’intenzione di salvarlo da questo ultimo scempio economico e cerca di farlo ragionare.
 
Simplicio: “Perché non curi di più i tuoi interessi? Potresti vendere la tua auto al doppio del prezzo pattuito se solo cercassi un po’ meglio il compratore”.
 
Sagredo: “Sì la macchina vale il doppio, però ho sparso la voce già da un mese e non è facile trovare un buon compratore con questa crisi”.
 
Simplicio: “Ma perché non porti l’auto dal concessionario? Un concessionario ha una maggiore visibilità e può chiedere un prezzo più alto”.
 
Sagredo: “E’ vero, però mi è scaduta l’assicurazione e non posso circolare con l’auto, devo far venire qui il compratore”.
 
Simplicio: “Perché non provi a mettere un annuncio su Internet? Ci sono dei siti che sono visti da migliaia di compratori interessati”.
 
Sagredo: “Sì, ma chissà quanto tempo ci vuole per trovare un altro compratore e mi stanno per staccare il gas perché sono in arretrato di tre bollette”.
 
A questo punto cala il silenzio per qualche minuto. Simplicio comincia a innervosirsi, poi sbotta: “Vabbè ma allora sei tu! Potresti trovare mille soluzioni, chiedere una rateizzazione …”.
 
Sagredo si sente attaccato e risponde piccato: “No, tu non capisci, non sai che vuol dire vivere con i debiti, col fiato sul collo da parte dei creditori!”.
 
Anche Simplicio si sente attaccato e si difende: “Io non ho debiti perché mi sono sempre sforzato di non averne, o per lo meno di non assumermi i debiti che poi non avrei potuto ripagare …”.
 
Sagredo rincara la dose: “Parli bene tu che hai i genitori sempre pronti ad aiutarti! Hai sempre avuto chi ti proteggeva le spalle!”.
 
Simplicio si offende e se ne va dicendo: “Vabbè lasciamo perdere, va … Ciao”.
 
Sagredo rimane solo. Ora è innervosito e pensa: “E’ solo un figlio di papà!”.
 
Simplicio mentre se ne torna a casa si sente trattato ingiustamente dall’amico e pensa: “Cercavo solo di aiutarlo”.
 
Cosa è successo? Sagredo e Simplicio sono stati gli attori inconsapevoli di un “gioco psicologico” ossia di una interazione in cui vengono trasmessi dei messaggi segreti che alla fine producono uno stato di confusione e di incomprensione reciproca.
 
Il bellissimo e divertente libro di Eric Berne A che gioco giochiamo? – che consiglio a chi vuole uscire dai propri automatismi e scegliere di avere relazioni costruttive e soddisfacenti – descrive decine di “giochi” simili.
 
Probabilmente i nostri eroi non hanno letto questo libro, altrimenti tenterebbero per lo meno di frenare il proprio “gioco”.
 
Sagredo stava aspettando qualcuno per giocare a “Perché non … Sì, ma”, quando finalmente lo va a trovare Simplicio, il quale non vede l’ora di giocare a “Sto solo cercando di aiutarti”. I due si accordano per dare il via alla partita di “gioco”. L’accordo naturalmente avviene a livello inconsapevole, ma non per questo i due sono meno ligi nel seguirlo.
 
Per giocare il suo “gioco” Simplicio assume il ruolo di Salvatore: senza ammetterlo, neanche a se stesso, si ritiene più intelligente dell’amico. Di conseguenza assume che Sagredo non sia capace di pensare con la propria testa e di arrivare da sé ad una soluzione appropriata. E comincia a fornirgli consigli non richiesti.
 
Sagredo invece “sceglie” di incarnare il ruolo della Vittima: non prende in considerazione la propria capacità di ragionare e di tener conto dei dati di realtà. Si noti che Sagredo non ha un cervello lesionato, né è meno intelligente di Simplicio. Al contrario, possiede la capacità di riflettere, ma la tiene ben nascosta e inattiva, perché ha una gran voglia di giocare il suo “gioco”.
 
Simplicio pensa al posto di Sagredo e gli fornisce una serie di soluzioni (Perché non …?). Sagredo da principio accoglie i consigli, ma poi finisce sempre per trovare una qualche difficoltà insormontabile che gli impedisce di agire e che lo mantiene nel suo ruolo di Vittima (Sì, ma …).
 
I due vanno avanti così per un po’ di tempo finché cala il silenzio, poi i ruoli cambiano. Simplicio biasima Sagredo (“Vabbè ma allora sei tu!”) e da Salvatore si trasforma in Persecutore.
 
Anche Sagredo cambia ruolo: da Vittima diventa a propria volta Persutore (“Tu non capisci”, “Parli bene tu …”).
 
Simplicio finisce per offendersi e scivolare nel ruolo della Vittima. Lascia il campo apparentemente sconfitto: si sente trattato ingiustamente e può covare liberamente sentimenti di rancore nei confronti dell’amico.
 
A questo punto il “gioco psicologico” si è consumato ed i due si separano sentendosi confusi, incompresi e accusandosi vicendevolmente tra sé e sé. E sarebbe potuta andare anche molto peggio …
 
Uno psicoterapeuta competente riconosce velocemente l’inutilità di una simile interazione e se ne tiene ben lontano. Capisce che Sagredo non sta utilizzando la sua capacità di ragionare e sa che il suo lavoro consisterà nello stimolare Sagredo a (ri)acquistare la propria capacità di riflettere.
 
Lo psicoterapeuta (competente) non agisce e non pensa al posto del paziente. Quindi non darà consigli a Sagredo (come fa Simplicio). Sa che il suo obiettivo è di aiutare Sagredo ad imparare a ragionare da sé. E non cederà alle manipolazioni, ai tentativi del paziente di farsi dare un consiglio, alle sue adulazioni, né alle sue arrabbiature.
 
Lo psicoterapeuta (competente) non scivola nel “gioco psicologico” e questo gli permette di mantenere la lucidità e l’empatia necessarie per aiutare Sagredo a vedere in che modo si blocca. La cosa non è semplice né breve, perché Sagredo ha imparato a fare così chissà quanto tempo prima.
 
Il processo terapeutico può essere doloroso perché può mettere Sagredo in contatto con il ricordo dei momenti difficili della propria vita e lo psicoterapeuta (competente) lo accompagnerà nel contatto con la propria sofferenza interiore perché sa che il contatto con il dolore sarà solo transitorio, anche se spesso necessario per decidere di cambiare rotta.
 
Lo psicoterapeuta (competente) non giudicherà Sagredo, perché sa che il suo comportamento distruttivo di oggi non è intenzionale. Sa che Sagredo ha imparato a comportarsi in questo modo quando era ancora un bambino, probabilmente nel rapporto con i propri genitori. Comprende che per Sagredo comportarsi in modo avventato e senza riflettere gli è stato utile per (soprav)vivere nella propria famiglia d’origine, ma che oggi questo modo gli impedisce di essere un adulto armonioso.
 
In questo esempio ho descritto una persona amica che, pur mossa dalle migliori intenzioni, non riesce ad aiutare un amico. Ovviamente non è sempre così. Molto spesso il sostegno di un amico aiuta ad  affrontare con successo le difficoltà della vita. Ma quando l’amico (o il parente) non solo non aiuta, ma sembra quasi peggiorare il problema, è utile rivolgersi ad un professionista competente, che aiuti a individuare e a sbloccare la “rotella” inceppata.
 
 
Il paziente e lo psicoterapeuta possono diventare amici?
Si è visto che il ruolo dello psicoterapeuta è diverso dal ruolo dell’amico. Si è visto anche che per legge lo psicoterapeuta non deve svolgere la propria professione con “persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale” e quindi con gli amici, almeno quelli “significativi”.
 
Ma al termine di un percorso psicoterapeutico i due possono diventare amici?
 
Le persone spesso sviluppano una relazione intima e intensa con il proprio terapeuta. Si ritrovano periodicamente con lui e parlano di cose personali. Molti si aspettano di essere diventati o di diventare amici.
 
Gli psicoterapeuti non la vedono allo stesso modo. Sanno che la relazione terapeutica è una relazione professionale profondamente asimmetrica in cui tutta l’attenzione va quasi esclusivamente sul paziente. Gli psicoterapeuti sanno anche che talvolta un paziente può fantasticare di avere una relazione speciale col proprio terapeuta e accettano che questo avvenga come parte del processo terapeutico. Anzi questi desideri indicano qualcosa di prezioso che ha a che fare col paziente. Queste fantasie di fatto indicano gli obiettivi della terapia, ossia i bisogni che il paziente deve imparare a soddisfare da sé o nella vita quotidiana.
 
Poiché la relazione terapeutica è fortemente asimmetrica, è molto probabilmente che lo psicoterapeuta e il paziente non svilupperanno un’amicizia al termine del percorso terapeutico. Ovviamente tutto è possibile e le eccezioni hanno luogo, tuttavia è molto difficile che un rapporto nato e sviluppatosi sull’asimmetria possa trasformarsi in un rapporto simmetrico, dove si alternano in modo equilibrato ascolto ed espressione, ricevere e offrire.
 
Inoltre credo che sia un bene mantenere il rapporto su di un piano professionale anche dopo la fine della terapia. Ciò da al paziente la possibilità di rivolgersi nuovamente al terapeuta, anche a distanza di molti anni, e di affrontare eventuali nuove difficoltà interiori in una relazione terapeutica già consolidata.
 
 
La relazione terapeuta-paziente è solo di carattere professionale?
Da quanto fin ora scritto se ne desume che la relazione tra lo psicoterapeuta e il paziente sia esclusivamente di natura professionale. Ed è un bene che sia così, altrimenti il cambiamento terapeutico non potrebbe aver luogo.
 
Tuttavia i pazienti hanno bisogno di sentire che il rapporto con il loro terapeuta non sia unicamente di natura economica. Hanno bisogno di sentire che lo psicoterapeuta si interessa genuinamente a loro, a prescindere dal loro ruolo di paziente.
 
E qui entriamo nel reame della vocazione perché, a mio parere, per esercitare la professione dello psicoterapeuta, non si deve essere “solo” competenti, ma anche vocati. E’ necessario che lo psicoterapeuta sia autenticamente appassionato rispetto a quello che fa e che senta il proprio lavoro come una missione. In questo modo, pur esercitando un ruolo professionale, lo psicoterapeuta riesce a trasmettere quel qualcosa in più – un genuino interesse che va al di là della professione – che i pazienti  apprezzano e che consente loro di aprirsi.
 
 
La mia esperienza personale
Durante i primi tempi della mia terapia personale, fantasticavo in segreto di diventare un amico del mio terapeuta. Col passare del tempo, e grazie al percorso terapeutico, sono diventato maggiormente capace di essere intimo e spontaneo con le altre persone. Questo ha progressivamente portato un maggior livello di soddisfazione nelle mie relazioni personali e, senza che me ne accorgessi, il sogno di diventare amico del mio terapeuta è svanito da sé.
 
Talvolta mi concedo di andare ad ascoltare e a salutare il mio terapeuta quando so che viene a tenere un seminario nella mia città. Ciò avviene di rado ed è sempre molto bello incontrarlo.
 
Anche se io e il mio terapeuta non siamo diventati intimi amici, né sogno più che questo avvenga, provo un grandissimo sentimento di affetto e di gratitudine nei suoi confronti


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