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Come aiutare un familiare o un amico che soffre di attacchi di panico

Chi non ha mai sofferto di attacchi di panico fa fatica a immedesimarsi nella persona che soffre di questo disturbo

Come aiutare un familiare o un amico che soffre di attacchi di panico
E’ indubbio che il disturbo di attacchi di panico provochi serie difficoltà nella persona che ne soffre.
 
I familiari o gli amici che vorrebbero essere d’aiuto hanno generalmente molti dubbi su come comportarsi, cosa dire o non dire, cosa fare o non fare.
 
Infatti chi – per fortuna sua – non ha mai vissuto un attacco di panico, non può capire fino in fondo che cosa sta sperimentando la persona che ne soffre, quali sono le sue sofferenze e quali le difficoltà che questo disturbo arreca al normale svolgimento della vita quotidiana.
 
In questo articolo vorrei dare dei consigli pratici e realistici per aiutare ad aiutare le persone che soffrono di attacchi di panico.
 
 
1. Informarsi
Innanzi tutto la persona che vuole essere d’aiuto deve studiare l’argomento, raccogliere concrete e specifiche informazioni sui fatti. Che cosa è quindi un attacco di panico?
 
Un attacco di panico è un improvviso episodio di intensissima paura durante il quale la persona soffre di disagi fisici ed è convinta di stare morendo o impazzendo.
 
La persona non riesce a cogliere la differenza tra un pericolo presente nel mondo reale e una sensazione di pericolo di origine mentale. Scambia la sensazione di pericolo mentale per una minaccia reale e reagisce come se la sua vita fosse davvero in pericolo (anche se in realtà non lo è).
 
Chi voglia essere d’aiuto deve innanzi tutto conoscere e saper riconoscere i sintomi che accompagnano gli attacchi di panico, come ad esempio i tremori, le vertigini e l’aumento della sudorazione. A questo scopo è possibile leggere il mio specifico articolo sul Disturbo di panico.
 
 
2. Abbandonare i preconcetti
Alcuni preconcetti potrebbero ostacolare le migliori intenzioni di essere d’aiuto.
 
Ad esempio, poiché gli attacchi di panico non hanno conseguenze fisiche, si potrebbe essere tentati di sottovalutarne la gravità e in tal modo sostenere che “il disturbo di panico non è un gran problema e che la persona in realtà manca di auto-controllo o di sufficiente forza interiore”.
 
Se la persona che vuole essere di aiuto assume questo atteggiamento diviene critica e giudicante e può mostrarsi forte allo scopo di “scuotere” la persona dalla sua presunta debolezza.
 
Questo è un errore piuttosto comune e grossolano che andrebbe evitato assolutamente perché aggiunge al peso del Disturbo di panico il peso del biasimo.
 
In realtà il Disturbo di panico non è una questione di mancanza di forza interiore, ma piuttosto una condizione medica diagnosticabile, accompagnata da ben precisi sintomi fisici, emotivi e cognitivi. La persona che ne soffre ha bisogno di aiuto per affrontare il suo problema, non di essere criticata. E non ha neanche bisogno che il proprio problema venga minimizzato (e trascurato), con atteggiamenti del tipo: “cerca di non pensarci e vai avanti”.
 
Al di là dei sintomi del singolo attacco di panico, chi vuole essere d’aiuto deve tenere conto anche del fatto che talvolta la persona cara sviluppa una intensa paura anticipatoria relativamente alla possibilità di avere ulteriori attacchi di panico in futuro. Sembra paradossale, ma i danni peggiori li arreca proprio questa “paura della paura”. L’attacco di panico in sé, infatti, ha una durata molto limitata nel tempo, di qualche minuto. La paura anticipatoria invece invalida la persona per i mesi e gli anni a venire e, talvolta, si struttura in un disturbo ulteriore denominato Agorafobia, che consiste nel comportamento di evitamento di posti o situazioni che possano innescare un attacco di panico.
 
 
3. Sostenere la persona tra un attacco di panico e l’altro
A questo punto, anche se non avete mai avuto un attacco di panico, provate a immaginare di soffrirne. Spaventati dalla possibilità che possa sopraggiungere un altro improvviso attacco di panico, probabilmente scegliereste di evitare i luoghi dove potreste non ricevere aiuto. Magari vi ritrovereste a vivere sempre più in solitudine e facendo sempre meno cose. In questa condizione non avreste voglia di ricevere del sostegno da parte dei vostri cari, partner, amici e parenti?
 
La persona che soffre di attacchi di panico ha bisogno di una rete di sostegno, di persone che possano aiutarla, ad esempio, negli spostamenti quotidiani e che la appoggino mentre affronta le difficoltà della cura. Ad esempio, la persona potrebbe aver bisogno di essere fisicamente accompagnata, almeno all’inizio, presso lo studio di psicoterapia.
 
Tipicamente, durante una psicoterapia, si alternano passi in avanti, in cui la persona sta meglio, a passi indietro, in cui i sintomi tendono a riemergere. Durante questo percorso oscillante, sostenere significa aiutare la persona a riconoscere i passi in avanti effettuati, per piccoli che possano apparire, e a valutare realisticamente i passi indietro. Ad esempio, se il nostro caro riesce dopo un lungo periodo a guidare autonomamente l’automobile, va rinforzato riconoscendo e lodando il suo impegno. Se invece dopo un po’ di tempo non riesce una tantum a guidare, sarà utile ricordargli che si trova all’interno di un percorso di psicoterapia e che la momentanea difficoltà rappresenta semplicemente una “ricaduta” che può essere gestita e superata.
 
Quando la psicoterapia fa qualche passo indietro, la persona ha particolarmente bisogno di sostegno da parte dei propri cari che possono aiutarla a non scoraggiarsi e a ritrovare la motivazione per riprendere il percorso terapeutico. A questo scopo è utile aiutare la persona a ragionare, a non aspettarsi tutto e subito, a ricordarsi dei risultati raggiunti e consolidati, a perseverare e, soprattutto, a non arrendersi.
 
 
4. Aiutare la persona durante l’attacco di panico
Il momento in cui è più difficile aiutare il proprio amico o familiare è mentre l’attacco di panico sta avendo luogo. In questo frangente si rischia di “andare nel panico” a propria volta e di aggiungere problema al problema.
 
Vediamo di seguito alcuni accorgimenti pratici che è utile tenere a mente.
 
  1. Se si è presenti mentre la persona ha una crisi, occorre innanzi tutto saper riconoscere i sintomi dell’attacco di panico al fine di capire se si tratta proprio di panico oppure di un fenomeno diverso che ha bisogno di un intervento differente.
     
  2. Se si è capito che si tratta proprio di un attacco di panico, è bene parlare alla persona con un tono calmo e fermo allo scopo di riassicurarla e di farle sentire che non è sola. Possono andare bene semplici frasi del tipo: “Sei al sicuro qui”, “Io sono qui insieme a te”, “Sono qui per aiutarti se lo vuoi”.

    E’ anche utile aiutare la persona a rendersi conto che sta avendo un attacco di panico e, con tono rassicurante, dirle: “Stai avendo un attacco di panico, hai molta paura e durerà qualche minuto”. E anche: “Va bene avere paura”.

    Per rassicurarla e farle sentire la vostra presenza può anche essere utile prenderle la mano, se questo non la fa sentire in imbarazzo.

    Di solito è bene non lasciare da sola la persona, anche se non si sta facendo granché e non si pensa di essere utili. Se è invece la persona a richiederlo espressamente, invece, è bene lasciarla da sola.
     
  3. Se ci si trova in un luogo affollato o rumoroso è consigliabile accompagnare delicatamente la persona in un luogo tranquillo e farle assumere una posizione comoda chiedendole se preferisce stare in piedi, sedersi o sdraiarsi.
     
  4. Orientare la persona al momento presente. A questo scopo si può stimolarla a parlare (sempre senza metterla sotto pressione) facendosi raccontare cosa sta vivendo, ad esempio chiedendole di tanto in tanto: “Come ti stai sentendo adesso?”.

    La persona può essere aiutata a distogliere la propria attenzione dai pensieri di panico, incoraggiandola a controllare il proprio respiro. Una tecnica molto utile è quella di contare mentre la persona respira: “Inspira 1-2. Espira 1-2”. Poi gradualmente si aumentano i tempi contando fino 3, poi a 4, poi a 5. E’ importante che la respirazione sia lenta e continua e non eccessivamente profonda perché l’iperventilazione può peggiore i sintomi.

    Se si è in casa, un’altra tecnica per orientare la persona al momento presente consiste nell’invitarla a svolgere un semplice compito pratico, come ad esempio  lavare i piatti o pulire il bagno. Se non si è in casa, invece, la si può invitare a compiere delle semplici attività focalizzate quali, ad esempio, alzare e abbassare le braccia.

    Alcune ricerche indicano che accarezzare un cane o un gatto abbassa i livelli di pressione sanguigna e può aiutare a controllare i sintomi degli attacchi di panico. Quindi, se è presente un animale domestico, incoraggiate la persona che sta avendo un attacco di panico ad accarezzarlo (ovviamente se siete sicuri che la persona sia un amante degli animali, altrimenti può avere l’effetto opposto …).
 
 
5. Non versare la benzina sul fuoco
Per quanto un attacco di panico sia una esperienza molto intensa (sicuramente per chi lo vive, ma anche per chi vi assiste), è comunque un fenomeno di breve durata. Generalmente dura dai cinque ai venti minuti.
 
Durante i minuti dell’attacco di panico, se si vuole essere di aiuto, occorre rimanere calmi.
 
Questo perché quando il fuoco è acceso, ossia durante l’attacco di panico, la persona è molto vulnerabile e influenzabile da parte degli altri. Se anche chi gli è vicino si agita, la persona avrà un motivo in più per credere di essere davvero in pericolo e quindi il suo attacco di panico peggiorerà.
 
Di conseguenza è molto importante conservare uno stato di centratura, in modo da mantenere intatta la propria capacità di pensare e offrire alla persona una presenza rilassata e ferma.
 
In ogni caso, chi si trova accanto ad una persona che sta vivendo un attacco di panico farà bene a evitare i seguenti comportamenti che, invece di essere d’aiuto, possono peggiorare la situazione:

  • Mostrare paura. Ad esempio lasciandosi scappare esclamazioni di paura o previsioni infauste.
  • Fare troppe domande. E’ bene cercare di orientare la persona al momento presente con delle semplici domande, ma non bisogna neanche incalzarla con questioni continue.
  • Criticare. Se la persona che sta avendo l’attacco di panico si sente biasimata può sentirsi ancora più sotto pressione e i suoi sintomi possono aggravarsi.
  • Sminuire o negare il problema. Il problema c’è e usare frasi del tipo: “Non è niente” oppure “Non c’è motivo di andare nel panico”, può far sentire la persona sola e incompresa.
  • Scuotere o parlare bruscamente. Questi atteggiamenti (spesso scambiati per espressioni di “forza”) producono ancora più agitazione nella persona che in questo momento, al contrario, ha bisogno di calmarsi.
 
 
6. Prendersi cura di sé
Aiutare una persona cara che soffre di attacchi di panico può essere un impegno gravoso.
 
Per prendersi cura della persona cara in difficoltà, infatti, è spesso necessario mettere in secondo piano i propri bisogni. Però se ciò diventa la regola, chi è d’aiuto può ritrovarsi in una situazione di sofferenza in cui non riesce più a soddisfare i propri bisogni.
 
Questo è un rischio a cui devono stare attente tutte le persone che offrono assistenza ad una persona cara, specie se convivono con essa.
 
E’ difficile individuare la linea di confine tra il prendersi cura dell’altro e il fare troppo, la linea di confine superata la quale si corre il rischio di perdersi nei problemi dell’altro e di scordarsi della propria vita.
 
Un possibile segno del fatto di stare esagerando è la presenza di sentimenti di risentimento. Se ci si accorge di provare del risentimento verso la persona cara in difficoltà (un risentimento che prima non c’era), è il caso di riflettere sul fatto se si stiano trascurando eccessivamente i propri bisogni in favore unicamente dei bisogni dell’altro.
 
Il risentimento potrebbe avere anche altre origini. Perciò occorre ponderare con attenzione la situazione e, se si scopre che ci si sta trascurando, occorre rivedere le proprie modalità di aiuto al fine di individuare degli spazi per soddisfare anche  i propri bisogni.
 
Se non si fa questo, si continuerà ad accumulare risentimento e ciò, presto o tardi, presenterà il conto nella forma di un grande litigio, di una depressione o di una malattia.
 
E’ bene quindi trovare un equilibrio tra i propri e gli altrui bisogni, cosa che rappresenta la sfida principale in tutti i rapporti umani e che richiede molta creatività, lucidità e coraggio.

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