La psicosintesi per il fiorire dell’Essere
Le origini, le evoluzioni e i significati della psicosintesi, tra psicologia, crescita personale e ricerca dell’unità interiore.
La psicosintesi è un approccio psicologico che mira a integrare e unificare i vari aspetti della psiche in una unità armoniosa e completa. In altre parole, dopo aver “smontato” i nodi e i conflitti interiori tramite l’analisi del passato, la psicosintesi si propone di costruire un centro unificatore, favorendo la realizzazione dell’unicità dell’individuo.
È un po’ come fare ordine in una soffitta polverosa (il lavoro sul passato) per poi arredare la casa a festa secondo i propri gusti (la psicosintesi). Il risultato? Un essere umano più integrato, creativo e autentico, in cui le varie parti di sé non litigano più tra loro come coinquilini nevrotici, ma collaborano sotto la guida di un Io (o Stato dell’Io Adulto, come si dice in Analisi Transazionale) ben saldo al timone.
Il termine psicosintesi ha un pedigree storico niente male. Si pensi che venne usato per la prima volta da Carl Gustav Jung nel lontano 1909, in una lettera indirizzata a Sigmund Freud. Jung scrisse qualcosa tipo: “Se c’è una psicoanalisi, ci deve essere anche una psicosintesi”.
In pratica, già allora Jung sottolineava la necessità di un processo di sintesi della psiche che facesse seguito al lavoro analitico. Per Jung la psicoanalisi doveva dunque essere affiancata da un momento successivo di integrazione e costruzione del futuro, un percorso di crescita personale che oggi chiameremmo individuazione – ovvero diventare pienamente se stessi, realizzare la propria irripetibile identità.

Sigmund Freud dell’idea di Jung non era esattamente entusiasta... Freud riteneva infatti che non servisse aggiungere un’ulteriore fase di “sintesi” dopo l’analisi: secondo lui la sintesi dei conflitti avveniva già durante il trattamento psicoanalitico, quasi in automatico, man mano che il paziente prendeva coscienza dei propri nodi interiori. In una sua opera del 1918, Freud scrive che durante la terapia “la grande unità che chiamiamo Io reintegra in sé tutti gli impulsi istintuali che prima ne erano scissi... La psico-sintesi si compie così nel trattamento analitico senza il nostro intervento, in modo automatico e inevitabile”.
Insomma, per Freud non c’era bisogno di un ulteriore lavoro al fine di riunire i pezzi della psiche: l’Io, una volta portati alla luce i conflitti, li avrebbe ricomposti da sé. Possiamo quasi immaginare Jung e Freud discutere: Jung che dice“dobbiamo anche ricostruire, non solo analizzare”, e Freud a ribattere “tranquillo Carl, l’Io fa da solo, non serve qualcosa di extra!”.
Alla fine Jung rimase della sua idea e, infatti, di lì a qualche anno avrebbe preso una strada molto diversa da quella di Freud, puntando sempre più sul processo di individuazione.
Dopo Jung, il concetto di psicosintesi è stato ripreso e sviluppato da altri pionieri. Roberto Assagioli è sicuramente il nome di punta: psichiatra e psicologo italiano, nonché fondatore vero e proprio della Psicosintesi come metodo psicologico strutturato. Finalmente un italiano, e che italiano!
Assagioli ebbe contatti sia con Freud che con Jung in gioventù – si pensi che nel 1909 fu presentato a Freud proprio da Jung come “il nostro primo italiano” interessato alla psicoanalisi. Laureatosi a Firenze, frequentò anche la clinica psichiatrica di Zurigo diretta da Eugen Bleuler (dove lavorava Jung) e nel 1910 scrisse una tesi di dottorato sulla psicoanalisi in cui già delineava alcuni limiti dell’impostazione freudiana. All’epoca aveva 22 anni.
In particolare, Assagioli era d’accordo con Freud sull’importanza di elaborare i traumi infantili e costruire un ego sano, ma – da buon jungiano ante litteram – riteneva che la crescita umana non si fermasse lì. C’era altro oltre la risoluzione dei complessi: c’era da esplorare il potenziale creativo e spirituale dell’essere umano.
Influenzato dalle idee di Jung sull’individuazione e appassionato di filosofie sia occidentali che orientali, Assagioli cominciò quindi a elaborare un metodo psicologico che integrasse la cura delle ferite del passato con lo sviluppo delle potenzialità superiori della persona. È in questo contesto che nasce la Psicosintesi assagioliana.
Nel 1926 Assagioli fondò a Roma il primo Istituto di Cultura e Terapia Psichica, che in seguito verrà ribattezzato Istituto di Psicosintesi. L’anno dopo, nel 1927, pubblicò un pamphlet dal titolo “Un nuovo metodo di trattamento: la psicosintesi”, in cui presentava ufficialmente il suo approccio innovativo. In pratica proponeva un metodo terapeutico “inclusivo”, basato sul principio dell’organizzazione unificatrice: tutti gli elementi della personalità dovevano essere coordinati e uniti attorno a un centro di sintesi, centro che una volta strutturato diviene aperto anche alle dimensioni più elevate dell’esperienza spirituale.
Per Assagioli, la sintesi non era solo un risultato finale, ma un processo attivo e continuo. Due concetti chiave che introdusse furono infatti la psicosintesi personale (integrare la personalità a livello dell’Io cosciente, sviluppando un individuo sano e funzionante) e la psicosintesi transpersonale (andare oltre l’Io, verso il Sé spirituale e una connessione più ampia col mondo).
In termini pratici, Assagioli incoraggiava tecniche attive – immaginative, creative, meditative – per stimolare le funzioni psichiche superiori e far emergere le risorse latenti. Ad esempio dava grande importanza al potere della volontà come “muscolo” psichico per dirigere e armonizzare la propria vita interiore. Non a caso uno dei suoi libri più noti si intitola “L’atto di volontà” (pubblicato nel 1974, poco prima della sua morte).
In sintesi (è proprio il caso di dirlo…), Assagioli prese l’intuizione junghiana della psicosintesi e la trasformò in un modello terapeutico completo. Oggi la Psicosintesi è considerata una corrente pionieristica della psicologia umanistica e transpersonale, perché fu tra le prime a occuparsi non solo di curare i disturbi psichici, ma anche di favorire la crescita positiva e la realizzazione del potenziale umano.
Assagioli non fu l’unico a parlare di psicosintesi nei primi decenni del ‘900. Curiosamente, anche fuori dall’ambiente clinico, il concetto stuzzicò la fantasia di alcuni pensatori e ricercatori spirituali dell’epoca. Ad esempio Alfred Richard Orage, intellettuale britannico e direttore della rivista The New Age, usò il termine psycho-synthesis già negli anni prima della Prima Guerra Mondiale.
Orage riteneva che all’umanità servisse non tanto la psico-analisi quanto appunto la psico-sintesi, cioè un percorso di integrazione interiore.
Verso il 1924, Orage divenne allievo di Georges Gurdjieff, il famoso mistico armeno ideatore degli insegnamenti esoterici della Quarta Via. La Quarta Via poneva l’accento sullo sviluppo armonioso di tutte le funzioni – fisiche, emotive, intellettuali – dell’essere umano. Capite bene perché l’idea di sintesi risuonasse fortemente con questa scuola: anche qui lo scopo era creare un essere unificato, sveglio su tutti i piani.
Un altro nome interessante è quello di Maurice Nicoll (link in inglese), psichiatra scozzese. Nicoll aveva lavorato con Jung nei primi anni ’20, per poi incontrare Ouspensky (discepolo di Gurdjieff) e appassionarsi pure lui alla Quarta Via. In pratica fece il doppio giro: dalla psicologia analitica junghiana alle dottrine esoteriche di Gurdjieff. Non sorprende che Nicoll, con questo background misto, nutrisse interesse per concetti come la psicosintesi, che in fondo uniscono psicologia e “ricerca dell’anima”.
Questi collegamenti storici ci dicono che all’inizio del Novecento c’era un humus culturale fertile: psicologi, filosofi, scrittori cercavano vie per ricomporre la psiche umana, magari includendo anche la dimensione spirituale.
Mentre Freud predicava una psicologia rigorosamente materialista (in cui tutto si riduce ai conflitti pulsionali e all’adattamento sociale), altri – da Jung ad Assagioli, fino ai pensatori della Quarta Via – sentivano che quella visione fosse un po’ limitata.
L’uomo, dicevano, è qualcosa di più! Non basta togliere i sintomi e far funzionare l’ego come un bravo cittadino; c’è in noi un anelito a crescere, a conoscere sé stessi profondamente, magari persino a trascendere il piccolo io per collegarci a un significato più ampio. Ecco, la psicosintesi nasce proprio da questa voglia di totalità. È figlia di un’epoca in cui qualcuno ha avuto il coraggio di dire: “Ok curare le nevrosi, ma poi? Una volta che stiamo ‘bene’, possiamo anche puntare a qualcosa di meglio, a far fiorire il nostro potenziale!”
La prossima volta che senti parlare di yoga, meditazione o crescita personale integrale, ricordati che già un secolo fa c’era chi provava a mettere insieme psicologia occidentale e pratiche per l’evoluzione interiore. Nulla di nuovo sotto il sole…
Come psicologo appassionato di crescita personale, condivido pienamente questa visione “a due tempi” del lavoro interiore: prima analisi, poi sintesi. Prima si cura il passato, poi si costruisce il futuro.
In termini junghiani, la psicosintesi corrisponde al processo di individuazione che segue la fase di guarigione e adattamento.
Mi piace molto una riflessione di Jung al riguardo: egli notò che raggiungere un buon adattamento alla vita quotidiana – avere un lavoro, delle relazioni stabili, insomma funzionare bene nella società – è senz’altro importante, ma non può essere l’unico obiettivo. Già Jung indicava che l’adattamento materiale, sociale ed affettivo sono presupposti necessari ma non sufficienti per il compimento della personalità.
L’adattamento insomma è una meta un po’ limitata; la meta più elevata è l’individuazione, ovvero realizzare pienamente se stessi. Dopo aver risolto i conflitti e le ferite, l’essere umano sente spesso il bisogno di andare oltre: sviluppare i propri talenti, trovare uno scopo di vita, “diventare chi si è veramente” al di là delle aspettative esterne.
In terapia vedo talvolta questa dinamica: c’è una prima fase in cui la persona lavora sui bisogni di base – sicurezza emotiva, autostima, appartenenza. È un po’ come scalare i gradini inferiori della piramide di Maslow. Vi ricordate la famosa piramide dei bisogni? Quella che alla base ha cibo e riparo, e in cima l’auto-realizzazione?

Se una persona è tormentata dall’ansia o da traumi non risolti, è chiaro che prima questa persona ha bisogno di stare meglio, di ritrovare un equilibrio e un senso di sicurezza.
Sarebbe inutile parlare di “scopo della vita” a chi soffre d’ansia o di bassa auto-stima! In termini di Maslow, prima vanno soddisfatti i bisogni “carenziali” o primari:
- Bisogni fisiologici (sopravvivenza: cibo, sonno, salute…).
- Bisogni di sicurezza (sentirsi al sicuro, stabile, protetto).
- Bisogni di appartenenza (relazioni affettive, famiglia, amici, amore).
- Bisogni di stima (autostima, riconoscimento, rispetto di sé e degli altri).
Solo quando questi piani sono sufficientemente stabili, la persona inizia a sentire con forza i bisogni di ordine superiore, quelli di crescita.
Ed è qui che entra in gioco la psicosintesi, ovvero il lavoro sugli strati alti della “piramide”:
- Bisogno di autorealizzazione (realizzare il proprio potenziale, trovare senso e scopo, esprimere creatività e talento).
- Bisogno di trascendenza (andare oltre il proprio ego, sentirsi parte di qualcosa di più grande, vivere esperienze “di picco” spirituali o di profonda connessione).
Ecco, la psicosintesi secondo me corrisponde proprio a questa seconda fase del percorso. È un approccio pensato per chi ha già gettato le fondamenta della propria vita e vuole costruirci sopra una cattedrale (o almeno una graziosa villetta spirituale). In pratica, si rivolge a chi – dopo un percorso di terapia o di crescita iniziale – si sente pronto a lavorare sulla propria realizzazione. Non più solo ridurre i sintomi, ma inseguire i sogni, non più solo adattarsi, ma individuarsi.
Coerentemente con Jung, si può affermare che l’adattamento all’ambiente sociale è una meta limitata: il fine più importante è diventare un individuo, realizzare la propria unicità. Questo significa che ognuno di noi ha il compito (e il privilegio) di scoprire chi è davvero, quali valori e passioni lo animano, e di sintetizzare tutte queste scoperte in un Vero Sé armonioso e unico.
La psicosintesi offre strumenti per questo viaggio: tecniche di auto-osservazione, immaginazione guidata, meditazione, lavoro sui simboli interiori e tanto altro, sempre con l’obiettivo di favorire l’integrazione creativa della psiche.
In conclusione, vedo la psicosintesi come un ponte tra psicologia e spiritualità, tra cura di sé e espressione di sé. È un percorso che fa bene a chi magari ha già “riparato le proprie ali” e ora vuole vedere quanto in alto può volare.
Certo, richiede impegno – un po’ come salire in soffitta e rimettere a posto tutti quei vecchi bauli pieni di sogni dimenticati – ma i risultati possono essere sorprendenti.
Del resto, come diceva Roberto Assagioli stesso, “la psicosintesi si occupa non solo della cura delle malattie psichiche, ma anche dello sviluppo delle potenzialità latenti dell’uomo”, quello che poi Maslow avrebbe chiamato autorealizzazione. E allora perché accontentarsi di sopravvivere adattandosi, quando possiamo vivere realizzandoci? La psicosintesi ci invita proprio a fare questo salto: dal semplice equilibrio alla piena fioritura del nostro essere, nell’Essere. Un invito che, personalmente, trovo entusiasmante.
Spero di averti trasmesso almeno un po’ di questo entusiasmo. Con buona pace di Freud.