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Dalla paura al coraggio e oltre il coraggio [Video]

Cos'è il coraggio? È una qualità che va perseguita sempre e comunque? È il punto di arrivo? Oppure c'è qualcos'altro?

Spesso su internet si sente parlare del coraggio e si sente dire che il coraggio non è una virtù che si ha e basta, non è una qualità con cui si nasce. Più che altro è una qualità che si esercita, che si utilizza e che si sviluppa.
 



Dalla paura al coraggio e oltre il coraggio [Video]
Spesso su internet si sente parlare del coraggio e si sente dire che il coraggio non è una virtù che si ha e basta, non è una qualità con cui si nasce. Più che altro è una qualità che si esercita, che si utilizza e che si sviluppa.
 
Si sente dire spesso: “Il punto non è non avere paura, il punto è andare avanti nonostante la paura” e questo atteggiamento mentale, questa qualità è chiamata coraggio.
 
Anche se sono d'accordo credo, però, che l’argomento possa essere approfondito. Credo che non sia tutto lì, credo che ci sia qualcos'altro di interessante da dire.
 
A questo scopo avrei bisogno di introdurre innanzi tutto la famosa ricerca sul conformismo realizzata nel 1951 da Asch, uno psicologo polacco naturalizzato statunitense.
 
In questo studio vengono coinvolte otto persone che si fanno accomodare in una stanza col pretesto apparente di eseguire un test sulle capacità visuali, una sorta di misurazione della capacità visiva. Sette sono degli attori preparati e d’accordo con il ricercatore. L’ottava persona è l’unica a non sapere nulla delle reali finalità dell’esperimento, è l’unico non-attore e, di fatto, rappresenta il soggetto sperimentale.
 
Viene mostrata loro una linea verticale di una determinata lunghezza e, presentando successivamente altre tre linee, si chiede loro di rispondere ad alta voce alla domanda: “Quali di queste tre linee ha la stessa misura della linea campione, ossia di quella mostrata in precedenza?”.
 

Esperimento di Asch sul conformismo


La risposta corretta è volutamente ovvia, nel senso che chiunque, con una capacità normale di visione, capisce immediatamente quali delle tre linee è uguale alla linea esposta inizialmente.
 
Il primo attore è addestrato a fornire la risposta corretta, così come, conseguentemente, tutti gli altri fino ad arrivare al nostro soggetto sperimentale, l’ottava persona che, interpellata, ovviamente fornisce anch’essa la risposta giusta e scontata.
 
Questi fatti si ripetono una seconda volta e, di nuovo, tutti e otto forniscono la risposta corretta.
 
La terza volta, però, il primo attore mostra titubanza e, dopo averci pensato un po’, fornisce una risposta palesemente errata. Gli altri attori a seguire, senza pensarci troppo, forniscono la stessa risposta sbagliata del primo attore, uno dopo l’altro.
 
L’ultima persona, poveretta, che è l’unica a non essere un attore, si guarda attorno ed è messa di fronte al dilemma: conformarsi agli altri fornendo la risposta palesemente sbagliata o discostarsi dal gruppo fornendo la risposta corretta?
 
Che faresti tu?
 
In genere le persone sopravvalutano la propria capacità di divergere dal pensiero comune perché quasi tutti, al di fuori della stanza dell'esperimento di Asch, si sentono sicuri di essere capaci di opporsi al gruppo e di affermare il proprio individuale punto di vista, anche se si discosta da quello dei più.
 
Invece, la ricerca di Asch ha mostrato che la maggioranza delle persone (il 75%) si conforma al gruppo almeno una volta e quindi, pur di non sembrare “quello strano”, “quello troppo fuori dal coro”, fornisce una risposta sbagliata.
 
Ultimamente questa ricerca è diventata ancora più interessante, si è arricchita di nuovi significati allorché un altro ricercatore ha ripetuto lo stesso esperimento osservando allo stesso tempo cosa succede nel cervello del soggetto sperimentale, ossia dell'unico non-attore.
 
Questa ricerca ha utilizzato il sistema della risonanza magnetica funzionale, che misura la diversa attivazione delle regioni cerebrali, misurandone l’irrorazione sanguigna: le zone del cervello che ricevano una quantità maggiore di flusso sanguigno sono quelle a maggior funzionamento.
 
Con questo sistema si è osservato che le persone che nell’esperimento di Asch si conformano (il 75%), attivano una parte del cervello che è legata alla costruzione della realtà, alla visione. Probabilmente perché queste persone ricostruiscono visivamente la realtà.
 
Il 25% percento delle persone che non si conformano, ossia quella persona su quattro che si discosta dalla maggioranza, invece, mostra in genere un’evidente attivazione della amigdala.
 
Per i “non addetti ai lavori”, l’amigdala è una zona del cervello profondo, cioè del cervello emotivo, che è legata in particolar modo alla paura.
 

Amigdala


È interessante notare che il soggetto che si discosta dagli altri sette, che afferma la propria verità senza conformarsi agli altri, lo fa in uno stato di paura.
 
Non ci si discosta dal gruppo a cuor leggero.
 
Questa persona sta utilizzando l'energia del coraggio.
 
Sta andando avanti per la propria strada, pur nella paura. Cosa che è coerente con quanto si sente spesso dire su Internet: “Il coraggio sta nel riuscire ad andare avanti pur nella paura, non è non aver paura”
 
A questo punto è utile introdurre il concetto delle “tre metamorfosi” di Friedrich Nietche.
 
Nietche nel suo libro Così parlò Zarathustra distingueva tre stati di coscienza, chiamandoli: il Cammello, il Leone e il Fanciullo.
 
Lo stato di coscienza del Cammello è quello della persona che si adatta al gruppo. Segue gli altri. Il cammello è un grande erbivoro, simile ad una pecora gigante. Segue il gregge e raramente compie decisioni individuali e, in tal senso, potrebbe assomigliare al 75% delle persone della ricerca di Asch, che non esprime la propria opinione, ma segue meccanicamente il gruppo. In questo stato di coscienza non vi è paura, l’amigdala non si attiva.
 
Il Leone è quello stato di coscienza in cui la persona si ribella al gregge e ai suoi doveri stabiliti, trova in sé ed esprime la propria verità. Talvolta può sentirsi solo, percependo gli altri come “addormentati”. Può vivere sensazioni simili a quelle che vive il soggetto sperimentale della ricerca di Asch e porsi le stesse domande: “Ma è possibile? Sono intontiti? Non si accorgono di quanto sia palesemente falso ciò che accettano seguendo il gruppo?”. E si sveglia in lui un’altra energia, un altro stato di coscienza: il fuoco del Leone.
 
Il Leone non è certo in uno stato di quiete: ruggisce, è nella battaglia, nel conflitto. Vive una forte carica emotiva: l’amigdala è attiva. C’è la paura, c’è la guerra!
 
Ed infine Nietche introduce un altro stato di coscienza: il Fanciullo.
 
Possibile che ci sia uno stato di coscienza oltre il coraggio, superiore al coraggio? Sì, ed è l'obiettivo di alcuni percorsi psicoterapeutici o di lavoro su di sé, ossia la capacità di affermare sé stesso – di asserirsi – senza vivere l’emozione della paura: riuscire a fare ciò che una volta era spaventoso con la leggerezza del fanciullo che suona il flauto, che sta nella corrente della vita, che non è più in conflitto.
 
Nella mia esperienza di psicologo, diversi tipi di persone si rivolgono a me.
 
Alcune persone arrivano da me nella fase del Cammello. Non sentono la paura, proprio come il 75% delle persone della ricerca di Asch che si conformano senza che l’amigdala (la paura) sia attivata.
 
Però, se queste persone vengono da me, c'è probabilmente qualcosa che non va.
 
Ed infatti, spesso, non sono soddisfatte della propria vita perché non hanno sviluppato la propria individualità.
 
Mentre l’essere umano sperimenta pienezza e gioia quando vive la propria autenticità.
 
Se una persona segue il gregge, ossia i condizionamenti sociali, familiari, religiosi, se dunque si comporta in modo in-autentico, allorché intraprende una psicoterapia, di solito si presenta al primo incontro con un vissuto depressivo, una sensazione di non stare facendo ciò che è davvero importante per sé, di non aver scelto le cose importanti della propria vita: il proprio lavoro, il proprio partner, dove vivere e così via.
 
Queste persone non hanno trovato la propria individualità, la propria specialità, ossia quella consapevolezza che gli psicologi hanno chiamato in diversi modi. Ad esempio, Jung la chiamava: “puer aeternus”. Nell’Analisi Transazionale questo principio è invece chiamato “Bambino Libero”. C’è chi l’ha chiamato il “Bambino Magico” o, come nella psicologia spirituale, il “Sé transpersonale”.
 
Tale dimensione è la parte potente, creativa, sempre nuova che fornisce senso e succo alla vita.
 
Queste persone, non conoscendo la propria autenticità, non si sentono in pace, presentano diversi sintomi psicologici e giungono in psicoterapia, da me, nella fase del “Cammello di Nietche”. Il mio ruolo in questi casi è quello di aiutarle a entrare nella fase di coscienza del “Leone”.
 
A questo scopo le aiuto a scoprire come si stanno bloccando inconsciamente e quali paure si agitano nella loro psiche.
 
Solitamente le persone nella fase del “Cammello” non riescono a vedere chiaramente cosa succede dentro di sé, ma piuttosto utilizzano quelle modalità che in psicologia vengono chiamate “razionalizzazioni”. Ad esempio, una persona nella fase del “Cammello” può giungere in terapia portando degli enormi dubbi sulla propria carriera universitaria. Può affermare: “Non mi interessa granché questa facoltà!”. Ma, dopo una opportuna esplorazione, ci si accorge che sta “razionalizzando”: la paura lo sta bloccando dall’impegnarsi nello studio ma, per evitare di stare in contatto con la paura “si racconta” che non è interessato a quel corso di studi.
 
Le persone nella fase del “Cammello” presentano una serie di paure sotto il livello della coscienza. Il mio lavoro con queste persone sta nell’aiutarle a far emergere le paure inconscie e a farle fare dei passi in avanti pur nella paura. E questo significa acquisire la capacità di essere coraggiosi.
 
Ma il lavoro psicoterapeutico non finisce qui. Questi passi avanti sono sicuramente utili, però si può fare di più. La condizione del “Leone” è infatti gravosa! Perché il “Leone” spende continuamente energie per affrontare le sue sfide. Non è rilassato, è nel combattimento, ruggisce.
 
Per raggiungere la fase successiva del “Fanciullo”, della pace, occorre attraversare la paura.
 
Questa è la “buona novella”: si può andare oltre la paura e, per far ciò, la paura non deve essere negata, ma al contrario, osservata.
 
Il lavoro di trasformazione della paura è un lavoro lungo e non è sufficiente farlo un’ora a settimana durante la sola seduta di psicoterapia. Sarebbe troppo facile!
 
Molto di questo lavoro di trasformazione viene compiuto al di fuori delle sedute mettendosi nelle situazioni che possono essere potenzialmente paurose ed evolutive.
 
Esistono anche delle tecniche psicoterapeutiche per attraversare le paure, come ad esempio il lavoro di esplorazione infantile in cui si rintracciano i momenti in cui la persona ha imparato le sue specifiche paure.
 
Tale esplorazione ha l’obiettivo di individuare i momenti traumatici per poi elaborarli. Ad esempio, una persona che viene in psicoterapia ed ha paura di affrontare gli esami universitari potrebbe individuare i momenti traumatici in cui suo padre lo criticava aspramente e ingiustamente: “Sei un cretino! Non ce la farai mai!”. E il lavoro della psicoterapia potrebbe, in questo caso, consistere nell’accompagnare la persona nel far emergere alla coscienza quei momenti traumatici, con tutte le emozioni connesse di paura, ma anche di rabbia e dolore, allo scopo di “masticarle” e trasformarle.
 
Le emozioni legate ai traumi devono poter emergere e, un segno che questo sta avvenendo in seduta, è che la persona piange quelle lacrime di dolore che non furono versate al tempo dei fatti.
 
Solitamente, al di fuori del percorso di psicoterapia, si cerca di tenere le emozioni traumatiche al di fuori della coscienza, represse, perché fanno male. Ma, per raggiungere la pace interiore, occorre conoscerle e elaborarle.
 
Per riassumere, nella fase del “Cammello” non si è in contatto con la paura. Nella fase del “Leone” la si vede e si combatte facendo qualcosa di diverso, di coraggioso. Per giungere alla fase del “Fanciullo” occorre osservare e attraversare la paura.
 
Purtroppo non ci sono scorciatoie. E forse ciò è un bene perché, nonostante la disciplina richiesta per compiere questa evoluzione, questo processo è comunque un percorso di gioia, di crescita di consapevolezza, di comprensione, in cui si sviluppano o si affinano qualità umane, come ad esempio: la pazienza, la perseveranza, l’empatia, la determinazione, l’altruismo.
 
Il rivivere e rielaborare le ferite traumatiche ci aiuta a liberarci della sofferenza legata a queste e, al contempo, ci aiuta a utilizzare l’energia del coraggio per affrontare le sfide quotidiane. Ed è vero anche il contrario: stare nella paura delle proprie sfide quotidiane con coraggio ci aiuta nel lavoro sugli eventi traumatici passati. Per tornare all’esempio della persona che è bloccata dalla paura di affrontare gli esami universitari, se con coraggio si presenterà ripetutamente in sede d’esame pur stando nella paura, gradualmente comincerà a fare contatto al proprio interno con le esperienze passate che hanno strutturato tale paura. Comincerà, ad esempio a ricordarsi dei singoli episodi in cui suo padre l’aveva pesantemente criticato e umiliato. Oppure comincerà a sentire emozioni nuove e non ancora elaborate legate a quegli eventi passati.
 
In tal modo si innescherà un circolo virtuoso che aiuterà la persona a passare dalla fase del “Leone” a quella del “Fanciullo”.
 
Attraverso l’azione esterna e il lavoro interno, gradualmente si avverte sempre meno la paura. Ci si accorge di questi sviluppi dal fatto che, ritrovandosi in situazioni che da sempre ci hanno spaventato, si prova meno paura. E ci si può dire con stupore cose come: “Ma guarda un po’! Prima questa condizione mi metteva in ansia, ed ora mi sento tranquillo!”.
 
Piano piano si entra sempre maggiormente nello stato di coscienza del “Fanciullo” di Nietche, che rappresenta una condizione superiore e al di là del coraggio.
 
Vale la pena sottolineare che questa evoluzione avviene gradualmente. Non avviene come una “conversione di San Paolo sulla via di Damasco”. Ha luogo piuttosto con dei momenti sempre più ampi in cui si sperimenta lo stato del “Fanciullo”, accompagnati da ritorni al “Leone” e addirittura al “Cammello”.
 
Una volta conosciuto il “Fanciullo”, però, a quel punto si sa che si può andare al di là della paura, dello sforzo e del conflitto e i momenti di allontanamento dalla pace non gettano più in un caos troppo profondo perché, pur nell’impegno sempre richiesto, si sa in quale direzione muoversi.
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