Pulsantiera di navigazione Adriano StefaniPsicologo

Il Teatro e la maturazione psicologica [Video]

Il Teatro se praticato in modo consapevole può divenire una via di esplorazione delle proprie sub-personalità.

In quanto Psicologo Psicoterapeuta utilizzo nella mia professione approcci e interventi il più possibile validati dall’osservazione empirica e dal consenso della comunità scientifica in ambito psicologico.

Tuttavia, sono da sempre interessato anche ad approcci di crescita interiore meno ortodossi e universalmente approvati.

In quest’ottica, ho intervistato mia moglie Sabina Micaglio che, oltre ad essere una Counselor, è un’attrice professionista ed insegnante di meditazione.



Il Teatro e la maturazione psicologica [Video]
Adriano: “Buongiorno, sono Adriano Stefani, sono uno psicologo psicoterapeuta e sono qui con Sabina Micaglio, mia moglie, che è attrice diplomata all’Accademia Silvio D’Amico, guida di meditazione e Counselor Socio-Cognitivo e vogliamo parlare oggi di teatro e degli aspetti evolutivi del teatro.
Comincio subito “a bomba”: spesso si dice che la recitazione e il teatro alimentino le parti regressive, come la vanità, la competizione, invece tu sostieni che permettano la crescita interiore della persona”.

Sabina: “Sì, io sostengo che il teatro permetta la crescita interiore dell’uomo integrale perché il teatro è l’unica arte che si fa con l’uomo nella sua integralità, con il suo corpo, con le sue emozioni, con la sua mente e, in questo senso, è una pratica di crescita integrale dell’essere umano. Certamente si pensa comunemente che possa essere una via di fuga e, in effetti, può spesso essere una via di compensazione. La voglia di fare l’attore può nascere perché si ha al proprio interno una ferita psichica di ‘non esser visto’. Di conseguenza è frequente che noi attori possediamo quella componente di narcisismo che ci permette di salire sul palcoscenico e di dire a tutti: ‘Guardami!’. L’idea di recitare può nascere in questo modo”.

Adriano: “Parli delle ferite infantili?”
 
Sabina: “Sì, vi possono essere delle ferite infantili di abbandono, di trascuratezza, di non esser visti e, in conseguenza di queste, come compensazione si sale su di un palcoscenico. Questa è stata la mia storia, come la storia di tanti altri attori. Questa ferita può essere trasformata proprio attraverso le assi del palcoscenico e trovare al proprio interno un centro di ‘auto-nutrimento’”.
 
Adriano: “Un centro che non abbia bisogno del riconoscimento esterno”.
 
Sabina: “Sì, esattamente. A quel punto la recitazione diventa un offrire agli altri, un giocare insieme agli altri. Il teatro è relazione: come attore mi metto in relazione all’altro, che sia il pubblico, che sia il mio compagno di scena. Ma è anche relazione con sé stessi e col proprio personaggio. Il teatro è anche una grande via per imparare la relazione”.
 
Adriano: “Stai parlando della relazione con l’altro e col proprio personaggio e, di conseguenza, con una parte di sé. Credo infatti che ogni personaggio sia l’amplificazione di sé stessi, di una sub-personalità che già esiste nella psiche dell’attore, ma che deve comunque essere trovata all’interno di sé stessi. Dico bene?”.
 
Sabina: “Certo, i bravi autori teatrali scrivono di personaggi che il bravo attore può trovare dentro di sé. Al contrario, per me, l’attore non bravo è colui che sale sul palcoscenico perché ha bisogno di essere visto, che conosce di sé stesso solo due o tre maschere, due o tre personaggi e sempre quelli fa. Il vero attore invece si mette a servizio dell’autore”.
 
Adriano: “E quindi il vero attore mette in scena le mille sub-personalità di cui l’autore scrive e che vuole esprimere mediante l’attore stesso”.
 
Sabina: “Assolutamente. Di conseguenza l’attore, essendo a servizio, deve cercare dentro di sé queste parti, che sono tante parti, non solo quelle che sa fare… il collerico, l’arrabbiato, il triste, il nevrotico. Spesso vediamo degli attori che ripetono sempre e solo quel poco che conoscono di sé stessi”.
 
Adriano: “In psicologia le sub-personalità vengono esplorate nell’ottica di trovare un’integrazione, un Io centrale, un Vero Sé (questo concetto viene espresso mediante termini diversi). È la stessa cosa per il teatro?”.
 
Sabina: “Sì, anche se non viene espresso in questi termini così specifici. Io credo che un bravo attore sia quell’attore che abbia trovato in sé un centro stabile, qualcosa che non muta e che non può essere definito: il Centro dell’Essere. E da questo Centro “gioca” le varie parti. Questo l’ho scoperto unendo la meditazione al teatro. Come attrice ho frequentato l’Accademia di Arte Drammatica, poi ho praticato il teatro professionalmente e contemporaneamente ho praticato la meditazione, quindi la mia formazione è stata “schizofrenica”: due binari paralleli che sembravano non toccarsi. Ma mediante i colloqui con il mio maestro di meditazione ho gradualmente compreso che il teatro può essere anche una via di autoconoscenza”.
 
Adriano: “Quindi, stai dicendo, che attraverso il teatro puoi esplorare le diverse parti di te, ma d’altra parte stai dicendo anche che la meditazione può portarti a sviluppare quella “torretta di controllo interna” che ti permette di recarti in ognuno di questi luoghi interiori”.
 
Sabina: “Sì. Luoghi interiori che sono i personaggi”.
 
Adriano: “Vi sono dunque dei grandi attori che hanno sviluppato questo luogo interiore di Essere, che nella meditazione viene chiamato il Testimone. Così come attori che, invece, non hanno sviluppato questa dimensione. Ti va di fare qualche nome di “grande attore” per come lo stai definendo?”.
 
Sabina: “Sì, certo. Non so, però, se questi grandi attori siano consapevoli del processo che stiamo descrivendo. Certamente possono accedere a mille parti di sé mantenendo all’interno di sé un centro stabile, possono “giocare” i vari personaggi avendo questa flessibilità dell’anima che può fluire da un’emozione all’altra e da una struttura caratteriale all’altra. Per me sono ‘grandi anime’”.
 
Adriano: “Grandi anime che hanno sviluppato questo aspetto che in psicologia umanistica si chiamerebbe il ‘Vero Sé’”.
 
Sabina: “Sì, anche Jung parla del processo di individuazione: un centro stabile”.
 
Adriano: “Secondo te quali attori hanno sviluppato un centro stabile?”.
 
Sabina: “Dei grandi attori di teatro”.
 
Adriano: “Ad esempio?”.
 
Sabina (riflettendo): “Degli attori americani… italiani, inglesi…”.
 
Adriano (ironicamente): “Non ti va di fare nomi, di fare pubblicità?”.
 
Sabina: “Quando ero giovane e studiavo, a me piaceva molto un attore italiano, forse poco noto, che ora è morto, un capocomico, un autore, un regista e un attore fuoriserie. Si chiamava Leo de Berardinis. Ha cominciato con la sua compagna negli anni Settanta. Ha fatto un grande lavoro di auto-esplorazione di sé. Era quasi un monaco. Quando ero in Accademia ho visto lui e la sua compagnia in scena. Tutti i suoi attori possedevano un livello artistico altissimo. Lui era il capocomico tipico della tradizione italiana, un ruolo che impersonava totalmente. E potei vedere questi attori esibirsi ad un livello altissimo di performance sia fisica, sia emotiva, sia di capacità di essere nel presente e in ascolto. E potei vedere lui… Finito questo spettacolo ricordo che avevo il cuore spalancato ed ero totalmente commossa per quello che avevo visto e che aveva cambiato il mio stato di percezione della realtà. Inoltre questo attore è sempre stato in contatto con la realtà politica perché il teatro è anche ‘l’arte sociale’. E in questo senso mi vengono in mente degli autori americani che sostenevano che non si va in scena a meno che non si abbia davvero qualche cosa di fondamentale da dire, che possa cambiare le coscienze degli altri esseri umani. E lui lo faceva!”.
 
Adriano: “Anche nella psicologia umanistica si afferma che quando una persona giunge a sviluppare la propria dimensione autentica, il proprio Vero Sé, non può non essere compassionevole e occuparsi degli altri. Questa è una caratteristica della personalità ‘auto-attualizzata’, come diceva Abraham Maslow.
Dunque, hai parlato di De Berardinis, della capacità del grande attore di avere questo Centro interiore stabile di presenza da cui poi poter accedere ai diversi ‘luoghi’, alle diverse sub-personalità. So che tu stai proponendo questa forma di teatro che hai chiamato Teatro Consapevole, che suppongo vada proprio in questa direzione. È così? Puoi dire di più?”.

 
Sabina: “Sì, mi piacerebbe portare sempre più l’attenzione e dare importanza all’unione tra la pratica della meditazione e la pratica del teatro. Quando sei sul palcoscenico, poiché come dicevo il teatro è soprattutto relazione, devi poter esser presente a te stesso fisicamente, vocalmente…”.
 
Adriano: “Un esercizio di presenza pazzesco!”.
 
Sabina: “… mentalmente presente, perché è anche un grande esercizio di memoria, che implica focalizzazione, determinazione. È anche un grande esercizio di volontà. Devi poter essere presente a te stesso, presente all’altro che è in scena con te e presente al pubblico. È il ‘microcosmo’ dove puoi davvero sperimentare l’essere presente. Non puoi sbagliare, nel cinema una scena venuta male si può rifare – non fraintendermi io adoro il cinema e alcuni attori di cinema sono grandiosi – ma il teatro è nel momento presente! È la pratica che ti insegna il presente, a stare nel momento presente e in questo senso può rappresentare una pratica meditativa. Una meditazione dinamica.
 
Adriano: “Sei presente nel momento e nel movimento. Sei presente mentre stai dando voce ad una sub-personalità, un ruolo, una parte. Questa, stai dicendo, è la caratteristica di un ‘grande attore’, giusto?”.
 
Sabina: “Sì”.
 
Adriano: “E capita anche a te questo tipo di esperienza o ai tuoi discenti, di raggiungere questa condizione di presenza recitando?”.
 
Sabina: “Sì. Ci sono degli specifici esercizi per sviluppare la capacità di presenza. Tutti gli esercizi di propedeutica teatrale sono praticati per sviluppare questa capacità di presenza, ad esempio gli esercizi di relazione con lo spazio. Sì, a me è capitato. Ho notato che tra le persone che si sono iscritte ai miei corsi, chi aveva già lavorato su di sé, mostrava di avere una straordinaria capacità di entrare nel personaggio e, al contempo, di essere presente a sé stesso. Questo mi ha confermato che il lavoro su sé stesso, meditativo, di auto-consapevolezza favorisce il lavoro teatrale. E il lavoro teatrale a propria volta facilita il lavoro di auto-consapevolezza. Questo per quanto riguarda gli allievi. Per quanto riguarda me, sì, mi è capitato. Ed è meraviglioso quando accade. È un’esperienza molto bella da vivere perché si realizza che tu puoi essere tante cose, non solo il personaggio di Sabina che hai recitato per trentacinque o cinquant’anni o quel personaggio, metti Ofelia, che hai provato per due mesi, realizzi che ci sono tante nuance nella tua anima, tanti colori che non conoscevi perché abituato a portare sempre e solo la maschera della tua personalità principale, in cui ti dici: ‘Io sono quella che ama il mare, a cui piace vestirsi di rosso, che porta i capelli lunghi o ricci, io sono quella che proprio non riesce a fare la matematica, io…’, tutte modalità che nella MPA – la mia pratica di meditazione – chiamiamo Convinzioni di Base positive o negative su di te, convinzioni che creano la tua maschera principale, la maschera della tua personalità, il personaggio che porti nella scena della vita, tant’è che il termine ‘persona’ in latino indica il ‘personaggio’. Quando noi parliamo di ‘persona’ stiamo parlando del personaggio che porti nella scena della vita e che tu chiami ‘te stesso’. Ma in realtà forse puoi essere anche altro. E di conseguenza c’è una flessibilità per cui puoi toglierti la maschera di Sabina e magari indossare quella di Ofelia, o magari quella di Adriano”.
 
Adriano: “E questo grazie al fatto che a monte c’è un centro stabile che ti permette di toglierti una maschera e di indossarne un’altra, perché altrimenti, senza questo centro stabile, togliendoti una maschera tracolleresti. In altre parole, devi poter avere la possibilità di essere qualcosa d’altro oltre le maschere”.
 
Sabina: “L’Essere”.
 
Adriano: “Sì, la possibilità di Essere”.
 
Sabina: “Scoprire, come diceva il mio maestro di meditazione, il grande segreto dell’Essere, che esiste un Essere che è al di là della tua personalità, del personaggio che stai recitando nella tua vita quotidiana, da trentacinque, sedici, quindici anni, a seconda dell’età che hai. L’Essere oltre il tuo mentale, oltre. E questo si percepisce, paradossalmente, giocando al gioco del teatro, entrandoci sempre più in contatto”.
 
Adriano: “D’accordo, questo è ciò che persegui nei tuoi corsi di Teatro Consapevole, vuoi condurre gli allievi a sviluppare la capacità di Essere, oltre alla capacità di indossare maschere. E forse queste due capacità vanno insieme. Più sei nell’Essere e più riesci ad indossare maschere…”.
 
Sabina: “… e a togliertele! Sei più libero. In Analisi Transazionale si parla del Bambino Libero, ossia la parte di noi che può giocare con la vita e recitare, che in inglese si dice: ‘to play’, giocare”.
 
Adriano: “Gli attori ‘cani’ sono dunque quelli che non hanno sviluppato l’Essere?”.
 
Sabina: “No, ce l’hanno, ma non sono consapevoli di sé”.
 
Adriano: “Da cosa li riconosci?”.
 
Sabina: “Dal fatto che fanno tre parti, sempre uguali… [ride]”.
 
Adriano: “Bene, chi voglia partecipare ai tuoi corsi, come può saperne di più?”.
 
Sabina: “Mi può contattare, scrivere. Può saperne di più tramite il mio sito (www.vitarmonica.it), consultando la sezione dedicata al Teatro Consapevole, dove si possono visionare le informazioni circa i miei corsi. Ho anche una pagina Facebook (TeatroConsapevole)”.
 
Adriano: “Abbiamo parlato fin qui dell’attore, ma il teatro può essere anche un modo per far crescere lo spettatore?”.
 
Sabina: “Bella domanda, questa sarebbe la funzione del teatro”.
 
Adriano: “Mi spiego meglio, non intendo solo cognitivamente, dal punto di vista delle informazioni che possono essere veicolate mediante il teatro, o dal punto di vista dell’intrattenimento, vorrei sapere se il teatro può essere un modo di far crescere lo spettatore dal punto di vista interiore, della consapevolezza, della maturità psicologica”.
 
Sabina: “Sì, quando ci sono spettacoli straordinari, come quello che ho citato di Leo de Bernardinis che fu il primo che mi aprì il cuore, ma ci sono anche tanti altri attori e compagnie che fanno un grande lavoro… No, mi correggo, tanti no! Pochi, lo dico chiaramente! Ed il teatro per me oggi può essere solo questo. Oggi la funzione di divertimento, che poteva avere il teatro nell’Ottocento, è chiaramente soppiantata dalla televisione e da Internet. Il teatro è uno scambio reale, tra persone reali, tra l’attore e il pubblico e succedono cose reali, non solo cognitivamente, ma soprattutto emotivamente. Io attore entro in contatto veramente con il pubblico. Sì, io sono sul palcoscenico, ma in realtà siamo tutti insieme e quello che io sento te lo sto passando e tu pubblico mi rimandi il tuo sentire. Tutto questo avviene quando c’è il vero teatro. Tutto questo nasceva in Grecia come elemento catartico per la cittadinanza. Gli attori venivano presi dallo spirito del personaggio – che poi erano gli Dei – e la cittadinanza piangeva insieme agli attori, rideva insieme agli attori, all’interno di una tetralogia, ossia di tre tragedie seguite da una commedia”.
 
Adriano: “Prima si piangeva, poi si rideva”.
 
Sabina: “Certo, prima si piangeva, e tanto, poi si rideva: si svuotava il vaso e poi si poteva salire verso lo spirito, perché la risata conduce verso lo spirito. Si dice essere spiritosi, infatti”.
 
Adriano: “Mi viene in mente che nei gruppi di psicoterapia, quando una persona vive autenticamente una forte emozione, questa si comunica anche agli altri membri del gruppo con una forza e una modalità che solitamente non avvengono. Ad esempio, quando si guarda un film può capitare di immedesimarsi e di emozionarsi, ma l’impatto di una emozione reale di un individuo che è lì vicino a te è un’esperienza diversa che si comunica e tocca delle corde nei presenti molto potentemente. E forse questo è qualcosa di simile a ciò che avviene nel teatro”.
 
Sabina: “Sì, vi sono degli attori di cinema talmente bravi che ci fanno piangere – come ad esempio nel film che abbiamo visto ieri sera – ma quando ciò accade nel teatro ciò ha una valenza diversa, una forza dirompente”.
 
Adriano: “Vogliamo dire qual è il film che abbiamo visto ieri sera?”.
 
Sabina: “Nel teatro si è davvero nel presente. Siamo lì insieme, attori e spettatori. Si è davvero una comunità recitante, tutti si recita in quel momento, anche gli spettatori sono ‘portati’ in quel momento dall’attore. A questo proposito, il grande regista Grotowski ha fondato una scuola in cui gli attori erano dei monaci che facevano innanzi tutto un lavoro su sé stessi in cui era proprio questo il senso: portare qualcosa che stimolasse la crescita degli spettatori. Non consisteva nel venire a teatro per distrarsi. No, vieni ad assistere a questa performance, che ti aiuta a far crescere il tuo Essere interiore, ti porta verso lo spirito. Questo è il teatro che ha senso di esistere oggi per me”.
 
Adriano: “Andando verso la conclusione. Metterai in scena qualcosa anche tu secondo queste modalità? È nei tuoi piani?”.
 
Sabina (ridendo): “Beh, piano piano, facendo un lavoro con le persone, restando in ascolto del gruppo, di ciò che le persone portano, questo lavoro può diventare anche una drammaturgia e stiamo a vedere cosa ne esce fuori”.
 
Adriano: “Quindi è nei piani?”.
 
Sabina: “Sì, non al livello degli artisti enormi di cui ho parlato…”.
 
Adriano (ironicamente): “Dopo de Bernardinis, dopo Grotowski: Sabina Micaglio!”.
 
Sabina (ridendo): “Sì, certamente, ci lavoriamo, quello è l’intento”.
 
Adriano: “Quella è la direzione. È bene avere modelli alti”.
 
Sabina: “Quelli sono i miei modelli alti, sì!”.
 
Adriano: “Va bene, grazie per questa condivisione. Spero sia chiaro il messaggio per cui il teatro non consista semplicemente nell’intrattenimento o si fermi alla vanagloria dell’attore, ma è uno strumento di crescita psicologica che può portare a maturazione sia chi recita sia chi assiste. Credo che questo sia importante da dire, perché non è scontato. Ci sono compagnie e corsi di recitazione, come il tuo, che partono da questo presupposto, da questi principi: un messaggio che vale la pena di divulgare”.
 
Sabina: “Sì”.
 
Adriano: “Possiamo dire quale film abbiamo visto ieri sera?”.
 
Sabina: “Beh, un film che mi ha toccato... Io ho scelto di insegnare a quindici anni, anche se ho dovuto portare questa intenzione pienamente alla consapevolezza attraverso un lungo percorso di esperienze. Questo film, parla di questo. Quando lo rivedo, piango sempre negli stessi punti. L’attore è Robin Williams, che prese l’Oscar come migliore attore non protagonista per un altro film: Genio Ribelle, e il film di ieri sera è: L’attimo fuggente, in cui, per l’appunto, si insegna a essere nel presente – ‘Carpe diem’, diceva, cogli l’attimo – e a guardare alla vita con autenticità da vari punti di vista e, secondo me, questo è proprio ciò che anche il teatro insegna”.
 
Adriano: “Il vero teatro, o il Teatro Consapevole. Ti ringrazio, Sabina e ti mando un bacio”.
 
Sabina: “Lo ricevo, grazie”.
 
Adriano: “Ciao”.
Stampa la pagina
Questa pagina è stata visualizzata 315 volte.