Come aiutare una persona cara che ha bisogno di iniziare una psicoterapia
A volte voler bene non basta, e proprio allora imparare a stare accanto all’altro nel modo giusto può fare la differenza.
Quando ci accorgiamo che una persona cara sta male, il primo impulso è sempre lo stesso: fermare il dolore. È un impulso umano, affettuoso, generoso. Eppure non sempre è il più utile.
Chi soffre psicologicamente, infatti, non ha bisogno dell’interventismo di chi gli è vicino. Ad esempio, non ha bisogno di consigli, o per lo meno non ha bisogno soltanto di consigli: ha bisogno, prima di tutto, di sentirsi visto senza essere giudicato, riconosciuto senza essere schiacciato da diagnosi più o meno improvvisate. Ha bisogno di essere accompagnato. Ed è qui che le cose si fanno difficili perché chi vuol bene tende spesso a premere e, di conseguenza, spinge chi soffre a chiudersi. E il dialogo, invece di aprirsi, si irrigidisce.
C’è anche un altro punto importante. La sofferenza psicologica non si presenta chiaramente. Non è un’infezione virale accompagnata da febbre misurabile oggettivamente e con dei sintomi chiaramente osservabili. La sofferenza della psiche a volte arriva sotto forma di atteggiamenti più o meno “normali”, quali: irritabilità, silenzio, apatia, insonnia, scoppi d’ira, uso progressivamente (e tacitamente) crescente di alcol o di altre sostanze, ritiro sociale, perdita di interesse, trascuratezza, stanchezza, e così via.
Altre volte la sofferenza psicologica assume forme più elusive, come l’ipercontrollo (ossia il bisogno di tenere tutto, ma proprio tutto, sotto controllo), le somatizzazioni, i dolori gastrici o intestinali sempre più insistenti, le paure che progressivamente si fanno più intense e che ostacolano la quotidianità.
Questi segni, o meglio, questi sintomi, naturalmente, non sono il problema, sono parte del problema. Vale la pena sottolineare il significato della parola “sintomo” che deriva dal greco antico sýn (insieme) e píptein (cadere, accadere). Il sintomo è dunque “ciò che accade insieme”, ciò che si manifesta contemporaneamente a quel qualcosa d’altro, che è il vero problema e che giace nella dimensione della psiche.
E cos’è che accade nella psiche e che è la radice del problema? Potrebbe essere un conflitto (vorrei cambiare lavoro ma sono terrorizzato, vorrei esprimermi di più nella coppia ma temo di essere lasciato), un evento traumatico da elaborare e da digerire psicologicamente (una separazione, un lutto, un incidente), una nuova fase di vita da affrontare (la fine dell’università, il pensionamento, la nascita del primo figlio, e così via).
La sofferenza psicologica si manifesta all’esterno con un insieme di sintomi che possono essere notati dalle persone vicine. Ma ciò che è esterno, va sottolineato più volte (mi si scusi l’ovvietà della ripetizione, ma spesso è necessaria), non è la radice del problema.
Faccio un esempio: il nostro caro amico Luigi sta vivendo un momento di instabilità lavorativa che si sta riflettendo sulla sua vita di coppia. Luigi è sempre più precario dal punto di vista della stabilità economica e questo si riflette sul suo non sentirsi degno di essere amato. Ciò lo rende ansioso, nervoso e ipersensibile alle critiche. I litigi di coppia si fanno più frequenti e Luigi diviene talmente frustrato che comincia a non provare più il gusto di vivere.
I pensieri e le emozioni di Luigi si svolgono, però, solo parzialmente a livello della coscienza. In altre parole, Luigi non coglie questa sua insicurezza psicologica (non mi sento degno d’amore), non riesce a metterla in parole e a portarla alla coscienza (né tanto meno ad affrontarla). Dall’esterno osserviamo dei sintomi: Luigi diventa scostante, tende a non rispondere ai messaggi, si irrita facilmente, ci racconta di avere dei problemi di sonno. E, di conseguenza, cominciamo a preoccuparci.
Ci chiediamo: “Cosa sta succedendo al nostro caro amico Luigi?”. Ci facciamo più vigili e scopriamo, poi, che Luigi ha anche iniziato a giocare d’azzardo online e sta perdendo delle cifre di denaro importanti. A questo punto siamo seriamente allarmati e vorremmo intervenire, ma cosa fare? Come aiutarlo a smettere di giocare online?
Naturalmente, l’abbiamo detto, sarebbe un errore focalizzarsi solo sui sintomi: l’irritabilità, l’insonnia e il gioco d’azzardo compulsivo. Se davvero si vuole aiutare Luigi, occorre facilitare in lui la presa di coscienza dei problemi psicologici (il senso di non meritare amore scatenato dai problemi economici), ossia bisogna aiutarlo a comprendere la radice psicologica dei suoi sintomi in modo che possa intervenire su di essa, sulla vera causa del suo disagio.
Potremmo anche dire che Luigi, mediante i sintomi che mostra, sta cercando aiuto, sta gridando: “Sta succedendo qualcosa nella mia interiorità che non riesco a gestire, qualcuno mi aiuti?”. E questo grido, se vogliamo bene a Luigi, va ascoltato e preso sul serio.
Molte persone esitano a chiedere aiuto psicologico per ragioni diverse. Si può ancora essere vittime dello stigma sociale: “Se cerchi aiuto psicologico, vuol dire che sei matto”. Oppure si può provare imbarazzo all’idea di parlare con uno psicologo dei “fatti propri”. Si può non sapere come fare, da dove iniziare anche solo per trovare uno psicologo. Ci può essere la paura di sentirsi deboli. C’è poi chi ha alle spalle un’esperienza negativa con uno psicologo ed è rimasto “scottato”. C’è chi teme di essere frainteso, o chi pensa di dovercela fare da solo. In altri casi pesano convinzioni culturali o religiose.
Chi sta accanto alla persona che soffre psicologicamente può fare moltissimo, senza trasformarsi in terapeuta.
Può aprire uno spazio di parola, aiutare a nominare ciò che fa male, accogliere e normalizzare la sofferenza psicologica, favorire il primo passo verso la cura, restare presente mentre l’altro valuta il da farsi, offrire informazioni o consigli, se richiesti. La chiave è questa: esserci in modo accogliente ma non invasivo.
Ma attenzione, non ogni fase difficile richiede subito una psicoterapia. Talvolta, la persona affronta il momento difficile da sola utilizzando le proprie risorse. Altre volte, il normale sostegno che gli esseri umani possono offrirsi reciprocamente nei momenti di difficoltà è sufficiente per attraversare la fase di crisi.
Esistono crisi passeggere, momenti di stanchezza, passaggi di vita che chiedono tempo, sonno, ascolto, una riorganizzazione pratica. Però esiste una soglia oltre la quale non si tratta più soltanto di un “periodo no”.
Al fine di riflettere se tale soglia sia stata superata, suggerisco di porsi, o di porre alla persona cara che soffre, le due domande che il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, cioè il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, pubblicato dall’American Psychiatric Association) individua come criteri per la diagnosi della maggior parte dei disturbi psicologici:
- La difficoltà psicologica provoca una sofferenza significativa?
- La difficoltà psicologica sta interferendo con il funzionamento della vita quotidiana?
In pratica, vale la pena di preoccuparsi quando il malessere dura nel tempo, restringe la vita, compromette il lavoro, lo studio, il sonno, la cura di sé, le relazioni, la capacità di scegliere con lucidità. Lo stesso vale quando compaiono pensieri di morte, comportamenti autolesivi (come ad esempio, tagliarsi con lame, graffiarsi fino al sanguinamento, sbattere la testa al muro, ecc.), abuso di alcol o droghe, o quando la persona cara non riesce più a gestire i problemi ordinari e le responsabilità quotidiane.
Raramente chi soffre dice chiaramente: “Ehi, sto crollando!”, ma lo comunica con segnali indiretti. Tocca a chi gli è vicino imparare a leggere questi segnali con tatto e senza fare “diagnosi casalinghe”. Senza allarmismi, ma anche senza minimizzare.
Ecco, dunque, un elenco dei segnali più visibili che invitano a occuparsi del problema psicologico della persona cara:
- Cambiamenti marcati dell’umore, come irritabilità, tristezza, ansia o rabbia insolite.
- Calo evidente nel lavoro o nello studio, con difficoltà a mantenere il proprio livello abituale di rendimento.
- Alterazioni del sonno o dell’appetito, soprattutto se persistenti e associate a sofferenza.
- Trascuratezza nell’igiene, nell’aspetto o nella cura di sé.
- Ritiro sociale, perdita di interesse per amici, attività e relazioni significative.
- Uso crescente di alcol o sostanze.
- Frasi legate alla morte, alla disperazione, al non vedere vie d’uscita.
Con i minori la questione è ancora più delicata, perché i bambini e gli adolescenti chiedono aiuto in modo ancora meno lineare rispetto agli adulti.
I bambini e gli adolescenti non hanno ancora sviluppato pienamente la loro intelligenza emotiva (se mai lo faranno…). Non posseggono, di conseguenza, la capacità di cogliere la propria interiorità in tutte le sue sfaccettature, né il vocabolario per dire a sé stessi e al mondo cosa stanno vivendo psicologicamente.
Non sempre hanno le parole per dire “sono profondamente deluso”, “mi sento sopraffatto” o “qualcosa dentro di me mi spaventa”. Ed allora spesso parlano attraverso il corpo, il comportamento, il rendimento scolastico, il sonno, la rabbia, il ritiro, l’opposizione, le paure.
Per questo gli adulti di riferimento hanno un ruolo fondamentale. Devono osservare senza allarmismo, ma anche senza liquidare tutto con frasi tipo: “è solo una fase”. Le fasi esistono, certo. Però vale la pena di cercare una valutazione da parte di un professionista – uno psicologo o una psicologa specializzati nell’età evolutiva – quando comportamenti ed emozioni durano settimane o più, causano sofferenza, oppure interferiscono con il funzionamento a scuola, in casa o con gli amici.
Il punto non è trasformare ogni fatica evolutiva in un caso clinico. Il punto è riconoscere quando la difficoltà ha smesso di essere fisiologica e sta diventando un ostacolo serio alla crescita. Una presa in carico precoce può alleggerire la sofferenza, evitare cronicizzazioni e offrire al minore strumenti che da solo non possiede ancora.
Uno psicologo può aiutarlo, ad esempio, a riconoscere e a dare un nome alle proprie emozioni, a comprendere i bisogni che si nascondono dietro i comportamenti problematici, a sviluppare modalità più efficaci per gestire ansia, rabbia, tristezza e frustrazione, a comunicare in modo più chiaro con i genitori, gli insegnanti e i coetanei, a rafforzare l'autostima e il senso di efficacia personale, a tollerare le inevitabili delusioni della vita senza esserne sopraffatto e a trovare strategie costruttive per affrontare i conflitti.
Si tratta di competenze psicologiche che non solo aiutano a superare la difficoltà del momento, ma diventano risorse preziose che accompagneranno il bambino o l’adolescente anche nella vita adulta.
In Italia un minore non può iniziare autonomamente un percorso di valutazione psicologica o di psicoterapia, ma è necessario il consenso scritto di entrambi i genitori (salvo i casi particolari previsti dalla legge). Questo rende ancora più importante il ruolo degli adulti nel portare la situazione alla giusta attenzione. Anche il pediatra, gli insegnanti e, quando presente, il servizio psicologico scolastico possono aiutare a capire se sia il caso di fare un passo in più.
Ecco, dunque, un elenco dei segnali più visibili che possono indicare un reale problema psicologico nel minore:
- Crollo del rendimento scolastico o difficoltà crescenti a stare al passo.
- Ansia intensa, rifiuto regolare di andare a scuola, di dormire da soli, o di partecipare ad attività normali per l’età.
- Mal di pancia, mal di testa o altri disturbi fisici ricorrenti senza causa medica chiara.
- Incubi persistenti, alterazioni del sonno, irritabilità frequente o scoppi di rabbia inspiegabili.
- Isolamento, perdita di interesse per ciò che piaceva prima, difficoltà a fare amicizia.
- Autolesionismo: tagliarsi (le sedi più comuni sono gli avambracci, i polsi, le cosce, l’addome e le caviglie), grattarsi fino a provocare lesioni (con le unghie o un oggetto appuntito), bruciarsi (con sigarette, accendini, acqua bollente), colpirsi (pugni contro il muro, pugni sulle gambe, schiaffi al proprio viso), sbattere la testa, mordersi, strapparsi la pelle o i capelli.
- Uso di alcol o droghe, comportamenti rischiosi.
- Minacce di farsi male o fare del male ad altri.
- Pensieri strani, convinzioni insolite, frasi del tipo che qualcuno controlli la mente o che si sentano voci.
Quando si vuole aiutare un amico o un familiare in difficoltà psicologica, non bisogna “mettersi in cattedra” e spiegare i motivi per cui sta soffrendo e cosa deve fare. Non bisogna assumere il ruolo di chi ne sa di più, effettua una diagnosi e prescrive una cura. Sbagliatissimo.
Piuttosto, bisogna cominciare dal creare uno spazio di accoglienza in cui l’altro possa sentirsi al sicuro, una situazione in cui possa provare meno vergogna e meno paura. Questo significa scegliere un momento tranquillo, possibilmente privato, parlare con tono basso, partire da fatti osservabili e non da etichette.
È molto diverso dire: “Ti vedo stanco, chiuso, diverso dal solito e sono preoccupato per te”, rispetto a dire: “Secondo me hai un problema serio e ti devi far curare”. Nel primo caso si descrive la propria percezione soggettiva (ti vedo stanco, chiuso e diverso, ma potrei sbagliarmi) e si esprime il proprio sentire (sono preoccupato per te). Nel secondo caso si esprime un giudizio e un consiglio, entrambi non richiesti. Nel primo caso, si stimolano apertura e riflessione. Nel secondo caso, si stimolano chiusura e difensività.
Le indicazioni più ricorrenti nelle guide per familiari insistono proprio su questo: onestà, calma, pazienza e, soprattutto, assenza di giudizio.
Aiutare, poi, non significa solo parlare. Significa anche offrire sostegno pratico. Per esempio, cercare informazioni attendibili, assistere la persona nell’individuare il professionista giusto, aiutarla a scrivere le domande da fare a un medico o a uno psicoterapeuta, accompagnare la persona al primo colloquio se lo desidera, occuparsi temporaneamente di un compito concreto (penso io ai bambini, al gatto, a pagare la bolletta), o semplicemente restare presenti senza invadere.
Un aiuto molto pratico ed utile consiste nell’aiutare la persona, per quanto possibile, a mantenere un minimo di normalità e di socialità, perché il ritiro totale spesso peggiora la sofferenza psicologica.
Si possono proporre attività semplici e prive di pressione, rispettando sempre i suoi tempi e la sua disponibilità. Ad esempio, fare una passeggiata, andare al cinema, prendere un caffè, condividere un pranzo o una cena, visitare una mostra, praticare insieme una leggera attività fisica, fare una breve escursione nella natura oppure dedicarsi a un hobby comune. L'obiettivo non è distrarre la persona dalle sue difficoltà psicologiche o convincerla a stare meglio, ma offrirle occasioni concrete per mantenere un contatto con la vita quotidiana e con le relazioni. Anche un semplice messaggio, una telefonata o un invito ripetuto con discrezione possono comunicare un messaggio prezioso: “Non sei solo, non sei sola. Io ci sono e continuerò a esserci”. Naturalmente, se la persona rifiuta l'invito, è bene evitare di insistere o di colpevolizzarla. Spesso è più utile riproporre con delicatezza un'altra occasione qualche giorno dopo, lasciandole la libertà di scegliere quando e come accettare.
Ma c’è un altro punto fondamentale. Se l’altro non vuole il tuo aiuto, non puoi costringerlo, almeno se non si è in una situazione di emergenza. Puoi però continuare a fargli sentire che ci sei e che la porta resta aperta.
Se invece la persona è in crisi acuta, il registro cambia. Se ha già compiuto atti autolesivi, se dice che potrebbe passare all’atto del suicidio, se è confusa in modo grave, se mette a rischio sé o altri, non è più il momento di una conversazione riflessiva. È il momento della protezione. In Italia, in presenza di un’emergenza, il riferimento istituzionale è il 112 e, se necessario, il Pronto Soccorso. In quei momenti la priorità non è rispettare l’immagine che la persona vuole dare di sé, ma tenerla al sicuro.
Nei casi non immediatamente emergenziali, ma comunque seri, conviene muoversi verso il medico curante o il centro di salute mentale. E ricordati una cosa spesso dimenticata: anche chi aiuta ha bisogno di confini e si sostegno. Se ti consumi, smetti di essere una risorsa.
Quando la persona che sta male è il partner, tutto diventa più intenso. Non c’è solo l’affetto, c’è anche la convivenza, la quotidianità, il sesso, la gestione della casa, dei figli, del denaro, del tempo. Il disagio dell’uno entra subito e inevitabilmente nella coppia.
È facile cadere in due errori opposti.
Usando il linguaggio dell’approccio psicoterapeutico dell’Analisi Transazionale, il primo errore consiste nell’assumere rigidamente il ruolo del Genitore Normativo: si diviene il sorvegliante, il controllore, l’investigatore. Si cominciano a contare le sigarette fumate, a controllare le spese sul conto corrente o i soldi nel portafoglio di chi soffre di gioco d’azzardo patologico, a verificare di continuo dove si trovi la persona, a ispezionare il telefono, a cercare bottiglie nascoste in casa, a frugare negli armadi o nello zaino, a fare interrogatori quotidiani e a pretendere continue rassicurazioni o promesse. Talvolta si arriva perfino a organizzare la giornata dell'altro nel tentativo di impedirgli qualsiasi comportamento problematico.
Il secondo errore tipico che si commette consiste nell’assumere rigidamente il ruolo del Genitore Affettivo: si diviene il “caregiver”, colui che fa da terapeuta, che risolve i problemi, che si fa carico di tutto. Si telefona al posto suo per giustificare le assenze dal lavoro, si pagano i suoi debiti, si riparano continuamente le conseguenze dei suoi comportamenti, gli si trovano scuse davanti ai familiari e agli amici, gli si evitano le responsabilità quotidiane, lo si accompagna ovunque anche quando potrebbe farcela da solo. Si cerca di proteggerlo da ogni sofferenza, nella speranza che questo lo aiuti a stare meglio.
Entrambe le strade, alla lunga, logorano il rapporto.
L’approccio più sano è un altro: esprimere la propria preoccupazione con chiarezza, ascoltare davvero, dire anche come la situazione sta incidendo sul “noi”, senza trasformare la conversazione in un processo.
Qui è utile distinguere. Se il partner sta vivendo un problema soprattutto individuale, come depressione, ansia, un trauma non elaborato o un altro quadro clinico personale, la strada principale è una terapia individuale.
Se invece il problema sta lesionando la comunicazione, la fiducia, l’intimità, il modo di affrontare i conflitti, o se una depressione sta pesando fortemente sul legame, allora può essere molto utile considerare una terapia di coppia.
Le dipendenze sono tra le situazioni più difficili da affrontare per chi sta accanto o vicino alla persona che ne è coinvolta. Lo sono perché mescolano sofferenza, bugie, rabbia, colpa e, spesso, problemi economici e legali.
Le dipendenze non riguardano solo un rapporto malato con le sostanze, ma anche con dei comportamenti, come ad esempio il gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo, l'utilizzo dei social network, i videogiochi, la pornografia, il lavoro, il cibo o l'attività fisica. In tutti questi casi il comportamento, nato inizialmente per procurare piacere, sollievo o distrazione, finisce gradualmente per diventare una necessità, una compulsione.
Si osserva la persona cara perdere progressivamente la libertà di scegliere se mettere in atto o meno quel dato comportamento e continuare a ripeterlo anche quando ne riconosce le conseguenze negative sul piano economico, lavorativo, relazionale o della salute.
I segnali che possono indicare la presenza di un problema di dipendenza sono spesso abbastanza concreti e osservabili nella vita quotidiana. Presi singolarmente non sono sufficienti per formulare una diagnosi, ma la presenza contemporanea di più elementi può suggerire la necessità di approfondire la situazione. Tra i segnali più comuni vi sono:
- Promesse ripetute e non mantenute, come “Da domani smetto” oppure “È stata l'ultima volta”.
- Aumento della segretezza, con tentativi di nascondere comportamenti, spese, spostamenti o attività.
- Bugie frequenti e spiegazioni poco credibili per giustificare il proprio comportamento.
- Denaro che sparisce, spese inspiegabili, richieste continue di prestiti o comparsa di debiti.
- Marcate alterazioni dell'umore, soprattutto quando la persona non può mettere in atto il comportamento o assumere la sostanza.
- Rituali nascosti, ossia comportamenti ripetuti che la persona mette in atto lontano dagli altri o quando pensa di non essere osservata. Ad esempio bere di nascosto, giocare d'azzardo online durante la notte, fare acquisti compulsivi senza dirlo ai familiari, consumare sostanze in segreto o cancellare sistematicamente la cronologia del telefono e del computer.
- Trascuratezza degli impegni, con un progressivo peggioramento del rendimento scolastico o lavorativo e una minore attenzione verso la famiglia e le relazioni.
- Minimizzazione: tendenza a sminuire la gravità del problema (“Smetto quando voglio”) e a continuare nel comportamento distruttivo di dipendenza nonostante le conseguenze siano visibili a chi gli è vicino.
È importante capire bene una cosa: nelle dipendenze la sola forza di volontà spesso non basta, occorre prendere sul serio il problema e, di conseguenza, affrontarlo sul serio. Se una persona cara sta avendo un problema di dipendenza, è importante ricordarsi di questo per smettere di oscillare tra rabbia morale (del Genitore Normativo) e salvataggio compulsivo (del Genitore Affettivo).
Come intervenire, allora. Sembra ovvio, ma occorre scriverlo: prima di tutto parlando in un momento in cui la persona sia lucida. È inutile affrontare l’argomento quando la persona è “fatta”, in uno stato alterato di coscienza, in piena negazione o presa dall’euforia che la sostanza o il comportamento di dipendenza fornisce per un tempo limitato.
La persona dipendente oscilla tra la negazione (“Non ho nessunissimo problema”) e il forte auto-attacco (“Sono una nullità”), motivo per cui è bene parlarle in privato, con frasi basate su fatti osservabili e non su umiliazioni. Le raccomandazioni più condivise sono chiare: evita accuse e minacce, esprimi la tua preoccupazione, spiega quali comportamenti ti allarmano, offriti di aiutare a trovare un medico, un terapeuta, un servizio o un gruppo di sostegno. In parallelo, è utile smettere di coprire tutto. Non pagare sempre i debiti, non mentire agli altri al posto suo, non organizzare la tua vita attorno al tentativo di controllare ogni sua mossa.
Anche qui vale una regola severa ma liberante: puoi sostenere il cambiamento, non puoi compierlo al posto dell’altro.
Ho scritto già un articolo su questo argomento, che riguarda, però, la ricerca dello psicoterapeuta giusto per sé stessi. Ma ora la situazione si complica: si tratta, infatti, di aiutare la persona cara a trovare lo psicoterapeuta giusto per sé stessa. E questo, naturalmente, solo se la persona cara desidera il nostro aiuto.
Se la persona desidera cercare uno psicologo o uno psicoterapeuta insieme a noi, possiamo darle un aiuto concreto. Se invece non è ancora pronta, o vuole farlo in autonomia, è bene rispettare i suoi tempi e i suoi spazi, evitando di trasformare il nostro desiderio di aiutarla in una pressione.
Trovare lo psicoterapeuta giusto significa trovare un professionista competente, adatto al tipo di problema e alla persona che chiede aiuto.
È possibile individuare uno psicologo o uno psicoterapeuta in diversi modi. Il più tradizionale è il passaparola, chiedendo consiglio ad amici e parenti, al proprio medico di medicina generale, a uno specialista di fiducia o a persone che hanno già avuto o stanno avendo un'esperienza positiva di psicoterapia. Una raccomandazione personale non è una garanzia assoluta, ma rappresenta spesso un buon punto di partenza.
Oggi, inoltre, la ricerca avviene sempre più spesso su Internet. Esistono portali dedicati ai professionisti della salute mentale, i siti web personali degli psicologi e degli psicoterapeuti, gli elenchi degli Ordini professionali e numerose altre risorse online. Leggere la presentazione del professionista, conoscere il suo percorso formativo, le aree di competenza, gli articoli che scrive e il modo in cui comunica permette spesso di farsi una prima idea del suo stile di lavoro e di capire se possa essere la persona più adatta al tipo di difficoltà che la persona cara sta vivendo.
In Italia un primo controllo di qualità è semplice e prezioso: verificare che il professionista sia iscritto all’Albo Unico degli Psicologi sul portale del Consiglio Nazionale degli Psicologi. È un controllo semplice, gratuito e rappresenta una prima garanzia che il professionista sia abilitato all'esercizio della professione.
Una volta individuati alcuni nominativi, si può aiutare la persona a confrontare le diverse possibilità. Alcuni professionisti lavorano soprattutto con bambini e adolescenti, altri con adulti o coppie. Alcuni sono maggiormente esperti nel trattamento dei disturbi d'ansia, altri delle dipendenze, dei traumi o dei problemi relazionali. Aiutare una persona cara significa anche orientarla verso un professionista che abbia esperienza proprio nel tipo di difficoltà che sta vivendo.
Può essere utile accompagnarla nella preparazione del primo contatto, che oggi tende ad avvenire via messaggi. Scrivere assieme il primo messaggio o starle accanto durante la prima telefonata può essere prezioso e rappresentare la condizione necessaria affinché ciò avvenga.
Può essere altresì utile accompagnarla al primo colloquio. Senza trasformare l'incontro in un'intervista, è ragionevole incoraggiarla a porre alcune semplici domande: qual è la formazione dello psicoterapeuta, con quali problematiche lavora più frequentemente, come si svolge il percorso, con quale frequenza si incontrano terapeuta e paziente, come vengono concordati gli obiettivi e quali sono le modalità organizzative, compresi costi e orari. Una persona informata è anche una persona più libera di scegliere.
Dopo i primi incontri può essere utile parlarne insieme, sempre se la persona lo desidera. Più che chiedere "Ti è piaciuto?", può essere più utile domandare: "Ti sei sentito ascoltato?", "Hai avuto l'impressione di poter parlare liberamente?", "Ti sei sentito rispettato e non giudicato?", "Hai la sensazione che il terapeuta abbia compreso il tuo problema?", “Ti ha spiegato chiaramente come intende procedere?”. Non è necessario che la persona esca da ogni seduta serena. Alcuni incontri possono essere emotivamente impegnativi. È invece importante che percepisca di essere accolta, compresa e accompagnata da un professionista competente, all'interno di una relazione che ispiri fiducia.
Infine, è bene ricordare una cosa importante. Se dopo alcuni incontri la persona non si sente a proprio agio o non riesce a instaurare un rapporto di fiducia, cambiare psicologo non significa aver fallito. Significa semplicemente continuare la ricerca del professionista più adatto. Aiutare una persona cara, in questo caso, non vuol dire convincerla a rimanere a tutti i costi con il primo terapeuta incontrato, ma sostenerla con pazienza finché non trovi una relazione terapeutica nella quale possa sentirsi sufficientemente al sicuro da affrontare il lavoro più importante: comprendere la propria storia, elaborare le proprie ferite e costruire una vita più libera e più autentica.
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